Quando si vive con un padre gay

La drammatica storia di Cinthia Dawn Stefanowicz, costretta a vivere con un padre gay e a subirne il conseguente perverso stile di vita, sia un insegnamento che apra gli occhi di chi, con troppa superficialità, approva matrimoni gay con annesse adozioni.

 

Ultimamente i media di mezzo mondo manifestano eminentemente il loro asservimento ai potentati massonici-finanziari, da cui dipendono, nel propagandare la mentalità omosessualista, pertanto non c’è più nessuno che si appassioni a raccontare le storie di bambini costretti a vivere con uno o entrambi i genitori con tendenza omosessuale, nessuno che ci parli dei loro drammi, del loro dolore. Sono storie scomode di figli che vivono in case intossicate. Proprio per questo è più che mai opportuno pubblicizzare questi casi che, seppur tutt’altro che rari, restano coperti dall’ombra della vergogna, mentre gli Stati, con il pretesto di difendere i falsi diritti degli omo e dei trans, dopo i matrimoni gay, si apprestano a legalizzare una delle forme più barbare e violente di abusi sui minori: l’adozione.
Per prima cosa si deve comprendere che la forza ed il coraggio di raccontare tutte le esperienze umilianti subite da Cinthia Dawn Stefanowicz, nel suo libro Fuori dal buio, è nata dall’espressione più alta dell’amore: il perdono verso l’uomo che è stato suo padre. Il perdono non è, dunque, solo la mèta spirituale a cui tendere per conformarsi a Gesù, ma anche un percorso di rinvigorimento della psiche umana, un iter che fa conseguire un equilibrio mai conquistato o perso, che ricuce le ferite dell’anima e rigenera ad una nuova vita.
Detto ciò, ci vuole una certa dose di coraggio per raccontare le esperienze raccapriccianti cui è stata sottoposta Dawn durante l’iter “educativo” con un padre gay.
Il padre era stato fisicamente e sessualmente abusato da piccolo, cosa che l’ha portato a ricercare la sua legittima sete di affetto paterno in modo sbagliato, nei rapporti omosessuali. Il suo bisogno di uomini, infatti, era il riflesso dell’amore paterno mancato. Scappato di casa, trovò ospitalità presso una sorella. Si sposò giovanissimo e dopo il matrimonio nacque Cinthia con il fratello gemello Thomas; alcuni anni più tardi arrivò anche Scott. Il padre era un uomo distante e anche quando cercava di essere presente, magari con un regalo, si percepiva la freddezza e la sua lontananza emotiva dal contesto affettivo. Il dono rappresentava solo il tentativo di colmare il senso di colpa per essersi isolato dalla famiglia con le frequenti notti trascorse fuori casa con uno dei suoi numerosissimi compagni. Dirà Dawn, che secondo lei non c’era un solo gay in tutta Toronto che non avesse avuto relazioni con suo padre. Era fortemente insicuro e narcisista e covava dentro una grandissima rabbia irrisolta che nessuno dei suoi “amori” instabili colmò.
La madre ben presto cadde in depressione. Non riceveva nessuna attenzione da parte del coniuge; quando si andava in gita tutti insieme, era lasciata sola con i figli e la casa delle vacanze da accudire, mentre il marito usciva per le sue scappatelle notturne. Fu preda di frequenti esaurimenti e più tardi anche lei cominciò una vita dissoluta. Dawn aveva sempre desiderato un abbraccio dal padre, un po’ di calore; aveva bisogno di sentire affetto. Un’esperienza che dovrebbe essere del tutto naturale per un figlio, invece, una volta il padre l’abbracciò e la baciò in modo che la decenza non mi consente di descrivere. Un’altra ancora la fece vestire come una prostituta e la lasciò da sola alla mercé delle advances dei balordi.
A questo punto è interessante notare come la mentalità libertina spesso condanna la negazione di certi comportamenti sessuali, definendoli tabù che scaturiscono dalla cultura tradizionalista, arretrata o da un’educazione che risente dell’influenza moralista della Chiesa. Il caso di Dawn – e non è l’unico – dimostra la debolezza di queste false giustificazioni. La verità è che certe attitudini sessuali sono inconciliabili con una retta coscienza e sono espressione di una deformazione della sessualità; nocciono gravemente alla salute psichica propria e a quella dei bambini costretti a vivere sotto lo stesso tetto. La povera Dawn dichiara oggi di aver sofferto di paure, ansie, pensieri di suicidio, forti stati di insicurezza, insonnia, bassa autostima e via discorrendo, con tanto di certificato da parte degli psicologi a cui si è rivolta. Il padre, naturalmente, soffriva degli stessi disturbi, ma lo psichiatra che lo seguiva, piuttosto che chiedergli come reagissero i figli al suo stile di vita gay, lo incoraggiava ad esplorare il suo orientamento sessuale.
Dicono gli studiosi che il modello di vita gay è fondamentalmente egoista e i bambini allevati da genitori con tendenze omosessuali sono vittime dei loro capricci compulsivi. La storia di Dawn è davvero agghiacciante. Ha imparato a sue spese a non fidarsi del padre e, dal punto di vista pedagogico, questo è quanto di più terribile possa esserci per un essere indifeso come un figlio piccolo. Inoltre, afferma il noto psicologo Gerard van den Aardweg che i bambini pongono in atto un discernimento spontaneo e naturale della propria sessualità; tale capacità è messa in discussione dal o dai genitori con tendenze omosessuali; se ne deduce, dunque, che il bambino andrà in confusione nel finalizzare il proprio orientamento sessuale e definire la propria identità. La cosa è oggi aggravata dal permissivismo degli Stati che in modo superficiale non impediscono spettacoli con personaggi gay, contribuendo, così, alla degenerazione culturale di sani modelli di riferimento.
Oggi si parla tanto di diritti al matrimonio tra persone dello stesso sesso. Ma se nei casi di un solo genitore con tendenze omo, si può rovinare così terribilmente la psiche dei figli, cosa accadrà se sono entrambi i genitori a soffrire di disturbi di identità sessuale?

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