Versione integrale della lettara di fra Ambrogio al Santo Padre

Pubblichiamo la vesrione integrale della lettera di fra Ambrogio al Santo Padre, di cui era stata pubblicata solo una sintesi.

Cos’erano i Frati Francescani dell’Immacolata e cosa non saranno più…

Ave Maria!

A Sua Santità Papa Francesco,

lo scopo delle seguenti righe non è quello di rinfocolare ulteriormente una polemica per certi versi spiacevole, né di voler giudicare le intenzioni di chicchessia e nemmeno di volermi mettere al di sopra degli organi ecclesiastici che hanno avuto parte alle vicende del commissariamento dei FFI. La mia unica intenzione è quella di offrire una semplice testimonianza su ciò che erano i FFI come li ho conosciuti (e come probabilmente non saranno mai più…) e in particolare su ciò che era il Seminario Teologico Immacolata Mediatrice, dove ho trascorso l’ultimo anno e mezzo della mia vita.
Sono un ex-frate francescano dell’Immacolata, da poco uscito dall’istituto, dove ero entrato nel 2010. A valutare la mia situazione da un punto di vista strettamente umano e razionale non posso che vedere tutto grigio: dopo essere stato quasi quattro anni in un istituto nel quale avrei voluto rimanere per tutta la vita, tanto ero innamorato dello stile di vita che si conduceva, ora mi trovo praticamente in mezzo alla strada, con nulla in mano, con poche sicurezze sul futuro e costretto a ricominciare quasi tutto da capo… eppure scrivo queste righe col sorriso sulle labbra e col cuore pieno di gioia, ringraziando l’Immacolata di questi anni trascorsi sotto il suo manto, perché ciò che ho ricevuto tra i Frati Francescani dell’Immacolata è qualcosa che mi ha cambiato la vita sotto tutti gli aspetti e che sono sicuro non avrei trovato altrove. Me ne vado ma me ne vado pieno del desiderio di continuare a servire sempre meglio il Signore e il suo Corpo Mistico che è la Santa Chiesa, il che non è poco, perché non aver perso la vocazione e la voglia di servire il buon Dio in mezzo al marasma delle piccinerie, se non delle vere e proprie cattiverie umane è sicuramente una grazia speciale che l’Immacolata mi ha donato senza alcun mio merito. Queste righe vogliono essere quindi un piccolo ma sentito ringraziamento per tutti i confratelli e soprattutto per i formatori e i padri fondatori, ai quali sono in debito per aver raddrizzato la mia vita e averla indirizzata verso il giusto fine, invocando la protezione della Mamma celeste perché possa perseverare sulla strada intrapresa.
Da dove vengo? E’ necessario spendere brevi parole per spiegare come ho conosciuto i FFI e come sono entrato tra di loro. Ho sempre frequentato la Chiesa, ed ero, come tanti, un ragazzo impegnato con assiduità in Parrocchia, aiutato da un buon parroco che mi ha mostrato con i fatti ciò che significa amare Gesù e il prossimo ma, nonostante ciò, non mi sono mai scosso dalla tiepidezza e dalla mediocrità, se non dal peccato vero e proprio. Un grande aiuto a comprendere come la Fede cattolica non sia solo una delle tante dimensioni della vita umana ma l’unica vera dimensione, quella totalizzante che sola può indirizzare al fine ultimo, mi è venuta dallo studio in Università, nella quale, attraverso la conoscenza di amici che mai ringrazierò abbastanza, ho compreso il valore trascendente della Verità cattolica, da amare e da difendere così come ci è stata data (tradidi quod et accepi, 1 Cor 15, 3), dato che lo stesso Gesù si definisce “via, verità e vita” (Gv 14, 6). Sempre in Università ho conosciuto la S. Messa secondo il messale di san Pio V e ho incominciato a frequentarla e servirla, senza venir meno al mio impegno in Parrocchia, anzi moltiplicandolo, nel desiderio di comunicare a tutti quei tesori che la tradizione cattolica racchiude. Devo “confessare” che ciò che oggi è divenuto nel nuovo corso dei FFI un disvalore o un motivo di sospetto (con l’insignificante termine di cripto-lefebvrismo), il legame e l’interesse per la S.Messa “tridentina”, a me ha cambiato la vita. In primo luogo perché proprio servendo la S.Messa ad un santo sacerdote e fissando durante la consacrazione l’ostia alzata e il corpo sanguinante dell’adorabile Nostro Crocifisso, ho capito, per una grazia speciale, quale sia l’amore che portò Gesù a morire sulla croce per ciascuno di noi singolarmente e, in quel momento, ho compreso che Gesù mi amava, mi amava di un amore speciale (intuitus eum dilexit eum, Mc 10, 21), un amore che chiedeva in cambio tutta la mia vita. In secondo luogo perché proprio grazia alla S. Messa antica sono venuto a conoscenza dei FFI.
Ciò che da subito mi attrasse verso i FFI era lo stile semplice ma serio, il modo umile di presentare se stessi ma la difesa incondizionata dei principi cattolici (dal nuovo corso FFI interpretata come “superbia intellettuale”), l’impegno di vita eroico ma la consapevolezza di essere pochi e piccoli, gli ultimi venuti, che non ambiscono a nulla, se non alla vita eterna. Conoscendo di più i frati capivo sempre meglio come l’Immacolata mi stesse guidando proprio lì, come tutta la mia vita e tutte le mie esperienze non fossero state che una preparazione a quel passo, che la vita da FFI fosse proprio ciò che avrebbe dato un senso alla mia esistenza e quindi, non avrebbe reso vani tutti gli sforzi di coloro che mi avevano aiutato nel difficile cammino della vita (sacerdoti, genitori e parenti, amici, professori). Nei FFI potevo trovare la S. Messa antica, che mi ha fatto capire la mia vocazione e mi ha dato il coraggio di rispondervi, e la S. Messa nuova, la S. Messa con cui sono nato e cresciuto e che mi teneva, e mi tiene tuttora legato alla Parrocchia, alla Prima Santa Comunione e alla Santa Cresima, alle persone che amo e a cui devo molto… in alcun modo voglio rinunciare ad alcuna delle due!
In più i FFI mi mostravano nella pratica quello stile veramente “cattolico” di vivere ed operare: da un parte l’amore tenace e indefesso per la dottrina cattolica di sempre, nella sua armonia e coerenza che sfidano tempi, luoghi e culture dominanti, che avevo conosciuto nel contatto con il cattolicesimo tradizionale; dall’altra parte la consapevolezza che la dottrina cattolica non è un mero sistema teorico ma è dottrina salvifica rivolta a ciascun uomo, e qui incontravo il mio impegno in Parrocchia, i bambini a cui facevo catechismo e che educavo, nella volontà di sacrificarmi sempre più per ciascuno di loro perché non venissero meno nella loro fede e non rischiassero, come molti, di avviarsi lungo il cammino che conduce all’Inferno. Gli FFI, e in particolare quelli che ho conosciuto per prima, mi mostravano questo: difendere la vera fede della Chiesa, al di fuori della quale non c’è salvezza, e sacrificarsi per ciascun uomo singolarmente, perché l’annuncio di Cristo è rivolto a questi e non è finalizzato a costruire un sistema ben congegnato di sillogismi! Non la critica inutile (di cui a volte è affetto il c.d. “tradizionalismo”) ma il sacrificio della vita, la “moneta del sangue” come la chiamava San Pio da Pietrelcina: questo salva le anime!
E in più, ma soprattutto, quella presenza dell’Immacolata che sempre più si faceva spazio nella mia vita, prima silenziosamente, quasi a rimanere ben nascosta, poi con la sua amabile prepotenza materna a emergere. Potevo dire di aver sperimentato nella mia stessa vita come la Mediazione Universale di tutte le grazie sia una realtà oggettiva: al di là che lo si sappia e ci si accorga di ciò, Lei c’è, discretamente e silenziosamente, ma se le si lascia spazio ecco che Maria si fa conoscere e ci fa morire dalla voglia di farla conoscere agli altri, di farla amare al prossimo. Come mi diceva un mio formatore FFI (uno di quelli accusati di aver sostituito il carisma mariano dell’istituto con il “tradizionalismo”): “Lei ti ha salvato l’anima, tu devi salvare tante anime attraverso di Lei”.
Nonostante l’opposizione di alcune persone care che mi spingevano verso il seminario diocesano, la spinta ad abbracciare la vita religiosa era divenuta troppo forte, la consapevolezza del pessimo stato dottrinale e disciplinare di molti seminari m’impediva in coscienza di entrare lì e in più mi era impossibile pensare che la via intrapresa da p. Stefano Manelli e da p. Gabriele Pellettieri non fosse la via che sin dall’eternità Dio aveva pensato per me: marianità, cattolicità, immolazione. A questo semplice programma potevo e posso tuttora rispondere come san Francesco: “Questo voglio, questo chiedo, questo bramo di fare con tutto il cuore!”.
Non voglio e non interessa qui ripercorrere tutto ciò che ho ricevuto in convento dai FFI (vecchio stampo) ma m’interessa solo dare la mia testimonianza sul seminario, che negli ultimi anni formava più di 50 chierici, e che è stato distrutto per motivi ancora non precisati e che forse non saranno mai resi noti. Non voglio certo sostenere che lo STIM fosse il Paradiso in terra ma certo credo che chiunque abbia collaborato alla sua distruzione (stante l’assenza di gravi problemi oggettivi) si sia caricato di una grande responsabilità, che dovrà giustificare davanti al tribunale divino! Quello che voglio dire è che difficilmente si potrà ricostruire un seminario-convento di oltre 50 frati studenti da tutte le parti del mondo, di età svariatissime, con cultura e livello d’istruzione differente, che insieme ai docenti, ai superiori e ai pochi fratelli religiosi, costituivano una comunità dall’intensa vita di preghiera, dalla vita di studio approfondito, dall’impegno apostolico fervente, il tutto in comunione d’intenti e in grande spirito di fraternità!
Che cos’era la vita allo STIM? Preghiera, studio, impegno, lavoro, apostolato: non perdere nemmeno un minuto ed essere posto nelle condizioni di non perdere tempo, perché ogni minuto per un consacrato all’Immacolata è della Madonna, e non può essere perso in vanità e cose inutili. Breviario antico e S. Messa antica non per un’adesione ideologica all’antico (come qualche sedicente teologo dell’istituto continua a ripetere senza portare alcuna prova) ma per la ricostruzione di una vita religiosa di fervore, di una vita religiosa come vita di preghiera, del frate come uomo e specialista della preghiera: pregare di più per imparare a pregare sempre (Oportet semper orare, Lc 18, 1), per riuscire a pregare in cucina, al lavoro e anche in macchina durante gli spostamenti per l’apostolato e non cadere nelle formule insulse “più preghiera e meno preghiere”, “più qualità e meno quantità”, che hanno l’ingenuità tipica degli slogan libertari sessantottini. Pregare sempre per tenere desto nel petto il fuoco d’amore divino che Gesù è venuto ad accendere (Ignem veni mittere in terram, Lc 12, 49) e col quale Egli stesso vuole che bruciamo gli altri. Narrano le fonti riguardo il serafico Padre che “suo porto sicuro era la preghiera non di qualche minuto, o vuota, o pretenziosa, ma profondamente devota, umile e prolungata il più possibile. Se la iniziava la sera, a stento riusciva a staccarsene il mattino […] Era sempre intento alla preghiera, quando camminava e quando sedeva, quando mangiava e quando beveva. Di notte si recava, solo, nelle chiese abbandonate e sperdute a pregare” (FF 445). Cosa c’è dunque di strano che una riforma integrale della vita francescana parta proprio dalla vita d’orazione? Che cosa c’è dunque di strano che in mezzo alla notte i frati si sveglino e recitino l’Ufficio divino? Crea forse scandalo tra i fedeli questo, come lascerebbe intendere la lettera del commissario dell’8 dicembre? Che cosa c’è di strano che in un seminario di religiosi, dove si devono formare cuori che s’immolino con l’ostia santa sull’altare, si chieda questo piccolo sacrificio? Eppure proprio per questo il seminario, i formatori e padre Stefano in testa sono stati considerati dei “pelagiani”: se già è cosa terribile gettare infamie ingiustificate sugli altri quanto più è terribile chiudere gli occhi davanti al bene e considerarlo un male! Non è proprio l’opera di Satana quella di far passare il bene per il male e il male per il bene! Con quanto equilibrio e prudenza poi i formatori e il rettore aiutassero e venissero incontro a tutti coloro i quali avessero problemi a fare la preghiera notturna lo possono testimoniare in molti. Vuole sapere poi, Padre mio, cosa insegnava il rettore, quello che da alcuni confratelli è stato definito “deformatore” di giovani chierici, a coloro i quali non avevano difficoltà ad alzarsi: “Chiedi al Signore di caricarti di parte del peso di chi ha difficoltà, di sperimentare le sue fatiche e sgravare lui, perché è meglio una comunità che sia tutta fervente che pochi frati più ferventi”. Che deformazione! Che “pelagianesimo” in queste parole piene di carità verso il prossimo, della vera carità che non è il giustificare i difetti altrui ma aiutare l’altro, naturalmente o soprannaturalmente, a vincerli! Non è forse questo proprio ciò che insegna san Paolo ai Romani: Debemus autem nos firmiores imbecillitates infirmorum sustinere, et non nobis placere (Rm 15, 1). Questo ci veniva insegnato in seminario, peccato solo che ben poche volte l’ho messo in pratica!
Non posso poi tacere che l’uso della liturgia antica e l’alzata notturna non erano affatto imposti ai chierici contro il loro desiderio. Certo non posso conoscere il pensiero e i desideri di ogni mio confratello, ma non mi è mai parso che qualcuno si sentisse “costretto” a fare ciò e anzi, a quanto sappiamo, l’introduzione dell’Ufficio antico nel seminario teologico alcuni anni orsono non è stata decisa arbitrariamente dai superiori bensì è stata decisa dal consiglio di comunità del seminario, vale a dire da tutti i frati professi solenni, tra cui gli studenti degli ultimi anni di corso. Anzi sembra ben più vicino al vero, se non mi sbaglio, che l’attuale stato di cose e le attuali decisioni siano imposte dall’alto senza ascoltare il parere dei chierici, nemmeno se professi solenni!
D’altronde quando abbiamo chiesto ai nuovi rettori i motivi dell’abolizione della preghiera notturna in seminario, ci siamo sentiti rispondere che ciò avveniva per “ovvi” motivi, come al solito del tutto imprecisati. Ma davanti ad una comunità di 50 giovani frati che vogliono pregare di notte, quali sono questi ovvi motivi? Forse l’adesione legalistica e letteralistica alle Costituzioni, che non parlano di alzata notturna se non in Quaresima? Ma le Costituzioni non lo vietano… e non è poi san Massimiliano ad insegnarci che “ogni generazione deve aggiungere qualcosa di suo”. Bisogna andare avanti e non indietro! Ricorderò sempre un insegnamento ricevuto da una mia professoressa di lettere che, in seguito ad una correzione ricevuta da parte di uno studente, si sentì simpaticamente rimproverare dalla classe con il detto secondo cui “l’allievo supera il maestro”. A questo rispose con saggezza che il maestro deve essere veramente contento quando l’allievo lo supera perché solo in tal caso è stato un buon maestro. Il buon educatore vuole sempre che il suo allievo lo superi, che faccia meglio di lui e pertanto gli dà tutti i mezzi per esserlo: se non fa così non è un buon educatore, perché non desidera il bene dell’altro al di sopra del suo! Cosa dire dunque dei nuovi rettori che hanno abolito la levata notturna per la preghiera giustificandosi col fatto che prima non si faceva, che loro non l’avevano mai fatta, ecc? Non vedo come possa essere considerata una buona formazione quella che blocca il fervore dei giovani, li costringe alla mediocrità, soffoca la loro buona volontà e li incatena in conventi dove ormai la solerzia e la laboriosità di Niepokalanow (la Città dell’Immacolata di san Massimiliano) ha lasciato spazio all’ozio e all’inerzia più mortale. Davanti alla “prudenza umana” del nuovo corso FFI sta però il “senza limiti” e “senza condizioni” con cui san Massimiliano amava descrivere la consacrazione dei Militi dell’Immacolata: non esistono limiti per i consacrati all’Immacolata! Non possiamo riposarci finché ci sarà un cuore sulla terra che non batta per l’Immacolata! Se ogni giorno al risveglio promettiamo di “vivere, lavorare, soffrire, consumarsi e morire per Lei” lo dobbiamo veramente fare: dobbiamo vivere per Lei, offrendole la nostra esistenza terrena e ultraterrena, riponendo in Lei ogni nostra speranza; dobbiamo lavorare per Lei, nel lavoro incessante e senza sosta, nei lavori umili come in quelli intellettuali, fino allo sfinimento e al mal di testa perché di ogni goccia del nostro sudore ci verrà chiesto conto al Giudizio divino; dobbiamo soffrire, perché non esiste vita francescana senza sofferenza e immolazione; dobbiamo consumarci per Lei, senza farci prendere dalla paura per la “salute”, che è uno di quei problemi mondani che sono un cancro per la vita religiosa; dobbiamo prepararci a morire per Lei, anche nella morte cruenta, consapevoli però che il martirio è una grazia e richiede un’adeguata preparazione: “Multi optant pro Christo mori, qui nolunt pro Christo levia pati”(San Bonaventura). Per onestà non posso dire che la nostra vita allo STIM ricalcasse veramente quest’altissimo ideale, però almeno c’era lo sforzo di avvicinarsi a questo e per chi voleva veramente sacrificarsi c’era la possibilità di farlo, cosa che non è più possibile negli attuali conventi di formazione FFI!
Un vero francescano non può vivere nella rilassatezza dei conventi di oggi senza arrossire. Se si pensa che nei nostri conventi non manca mai il cibo, che spesso si mangia molto di più e molto meglio che a casa propria, non si può non arrossire dalla vergogna pensando a Rivotorto, alla vita francescana delle origini, a Niepokalanow e a san Massimiliano che risparmiava lo zucchero per poter stampare più riviste. Dato che nel cibo non si può veramente sperimentare il sacrificio, almeno compensiamo a questo con una vita intensa, fervorosa, sacrificata e non solo a parole ma nei fatti e nel sacrificio che costa di più alla natura umana: quello della vita comune (la maxima poenitentia come diceva san Giovanni Berchmans), quello della preghiera notturna, quello del sacrificio del tempo (la cosa più preziosa per ogni uomo)… era questo, a mio modo di vedere, l’intento di padre Stefano nel dare una spinta verso l’alto alla vita nei nostri conventi! In compenso è stato trattato come un pazzo, uno squilibrato, un giansenista, un calvinista o un lefebvriano! Se si ha tempo di vedere film inutili o cartoni animati, di vedere partite di calcio, di passare tempo su Facebook o altre amenità internautiche, vuol dire che non si usa bene del proprio tempo… siamo qui per salvare anime che c’entrano con questo i cartoni animati o i risultati della squadra di calcio! Basterebbe ogni tanto spingere lo sguardo e il pensiero ai nostri cari, agli amici che abbiamo lasciato nel mondo per accorgerci di quanto la gente soffra e fatichi nel mondo. Basta pensare a quante sono le giovani madri che si dividono tra lavoro, famiglia e a volte anche studio. Basta pensare agli amici che dopo aver studiato fino a 25 anni, laureandosi puntualmente in mezzo a mille sacrifici, oggi non riescono a trovare un lavoro che li faccia felici e arrivano a piangere tutte le sere per l’insoddisfazione, mentre noi abbiamo studi pagati fino al sacerdozio e siamo sottratti alla lotta per il lavoro e l’esistenza. Basta pensare ai giovani sposi che non riescono a stare insieme se non dalle otto di sera in poi, perché costretti ad accettare lavori lontani da casa per pagare il trentennale mutuo delle loro case. Basta pensare ai giovani genitori costretti a svegliarsi di notte al pianto del loro figlio e che, nonostante ciò, la mattina devono essere comunque al lavoro alle otto, mentre noi siamo attenti a recuperare sempre il sonno perduto anche a costo di sacrificare la preghiera comune. Basta pensare a chi per tenersi fedele alla Legge di Dio, deve continuamente lottare in un mondo ormai lontano dal sentire cattolico, mentre noi vivacchiamo la nostra vita religiosa pensando di fare molto quando recitiamo una corona del S. Rosario. Davanti a tutto ciò un religioso che rifiuta dei piccoli sacrifici come potrà dirsi veramente un religioso: il religioso è un olocausto d’amore ma, per quanto amore ci si possa mettere, se non si brucia sull’altare di Dio non si sarà mai degli olocausti! Come potrò mai chiedere ad amici e parenti di vivere eroicamente la vita nello stato che Dio ha scelto per loro, se non sono io il primo a voler vivere eroicamente e a farlo effettivamente! Come posso chiedere a delle giovani spose di accettare tutti i figli che Dio vorrà dar loro, per quanto sacrificio possa ciò comportare, se non accetto io per primo sofferenze e fatiche eroiche! Se la vita religiosa vuole tornare ad essere “profetica” allora bisogna vivere come san Giovanni Battista e non come quelli che vivono nei palazzi dei re (Lc 7, 25)! Non è forse proprio cercare una vita sacrificata il “sottomettersi alla legge universale del lavoro”, come chiedeva Paolo VI ai religiosi: anche se non si tratta di un lavoro nel senso moderno del termine, sicuramente sarà un vero e proprio labor, cioè fatica e sudore! Non dovrebbe essere desiderio di ogni vero francescano il condividere le sofferenze e le fatiche che ogni uomo sperimenta nella sua dura esistenza, anziché fare dei conventi delle oasi di benessere sottratte alla lotta della vita! Come si può essere altrimenti veri diaconi e servitori degli uomini, se invece ci si comporta come dei padroni, sempre sfamati, serviti e riveriti! Chi farà rivivere la vita di S. Maria degli Angeli, quella di Niepokalanow o lo “Stile di Nazareth” del beato Charles de Foucauld, se non la nostra generazione! Ma se chi lo vuole fare viene accusato di tutte le eresie e gli scismi possibili e immaginabili, anche contraddittori tra di loro (come si può essere al contempo “pelagiani” e “giansenisti”?), che ne sarà della nostra povera e amata Santa Chiesa…
Ad un superiore del “nuovo corso” ho esposto queste mie riflessioni e ho segnalato come in coscienza non potevo accettare una vita così ammorbidita (spacciata come “volontà di Dio”). Non potevo e non posso davanti al ricordo del mio parroco che tutte le mattine, terminata la S. Messa, stramazzava su una sedia in sacrestia per la stanchezza dovuta ad una grave malattia, e che dopo un giorno si faceva dimettere dall’ospedale solo per non lasciare il suo gregge senza il Santo Sacrificio; non potevo e non posso davanti al ricordo di un sacerdote amico che faceva 400 km in treno solo per dire una S. Messa in rito antico e per confessare dei giovani; non potevo e non posso davanti alla vita sacrificata che conducono molti miei amici, tra lavoro, studio e famiglia, spesso subendo umiliazioni e soprusi, da accettare a capo basso per non perdere il lavoro; non potevo e non posso davanti alle sofferenze e malattie di conoscenti e parenti, inchiodati a letto da anni o improvvisamente inebetiti sino alla perdita della dignità! Mi sono sentito rispondere che non bisogna cercare troppe sofferenze, che l’austerità non ha nulla a che vedere con la Consacrazione all’Immacolata e che spesso è il demonio a far cercare più austerità, insomma, in definitiva, che non bisogna “esagerare”. Purtroppo l’ “esagerazione” fa a pugni con l’ “illimitatezza”: se si è consacrati senza limiti non esiste esagerazione. Diceva Ernest Hello che “se non esistesse la parola ‘esagerazione’, il mediocre la inventerebbe”! E’ vero, non si può negare, tutti noi seminaristi sentivamo con un po’ di sofferenza i tanti impegni, la mancanza di tempo, la necessità di sacrificarsi sempre, ma è proprio questa l’unica strada per incominciare a fidarsi di Dio. Diceva san Claudio la Colombière che “solo chi ha tre o quattro volte di lavoro superiore alle proprie forze incomincia a non fidarsi più di se stesso ma solo di Dio […] perché chi si fida di Dio, diventa onnipotente”. E’ proprio così: si soffre, si fatica ma benedetta la fatica e la sofferenza se ci fa amare tanto Dio e ci rende suoi docili strumenti! E’ vero certe volte la nostra vita era come un pezzo di ferro arroventato e battuto tra martello e incudine, ma le mani che ci forgiavano erano quelle sapientissime dell’Immacolata che non dimenticava mai poi d’immergerci nell’acqua dell’amor di Dio: esce un po’ di fumo ma quanto forte diventa il ferro passato alla forgia!
Non posso poi omettere di dire che lo STIM pareva proprio il regno della carità fraterna e non può essere che così: dove ci si sforza, in mezzo ai limiti e alle imperfezioni, di amare Dio sopra ogni cosa non si può che scoprire che il secondo comandamento dell’amore è simile al primo (Mt 22, 39). Quanti buoni esempi ho ricevuto dai confratelli nell’anno (di corso regolare) passato in seminario! Non posso dimenticare senza un po’ di commozione quel frate che si preoccupava (a volte con un’apprensione un po’ troppo materna) della salute dei confratelli, passando intere giornate tra medici e ospedali, sacrificando a volte l’intera giornata! Quel frate che girava mezza regione, partendo a volte a ore improponibili del mattino, per questuare il cibo necessario a tutta la comunità! E il frate che trascorreva l’estate e la vacanza dagli studi a riparare bagni, tirare cavi elettrici, ecc. perché ai confratelli non mancasse mai nulla! E il frate con cui si faceva gara ad arrivare per primi al lavoro in Sacrestia tutte le sere, perché l’altro fosse più libero nei suoi studi! E il frate sempre attento a visitare i malati! Alter alterius onera portate et sic adimplebitis legem Christi (Gal 6, 2) dice san Paolo…. Se non lo avessi visto tacerei, ma ho visto con i miei occhi quanto valesse questo precetto! Ricordo una volta di essermi un po’ lamentato con un superiore del fatto che nel poco tempo disponibile per gli studi spesso dovessi aiutare qualche confratello straniero a preparare gli esami (era una grande grazia e solo ora che mi manca ne capisco l’importanza). Vuole sapere, Santo Padre, quale fu la risposta del superiore, uno dei cosiddetti “deformatori”: “Non lasciarti sfuggire l’occasione di aiutare un fratello, quella è la tua seconda Eucarestia. La mattina è Gesù che si sacrifica sull’altare per te, ora sei tu che devi sacrificare il tuo amor proprio e tutto te stesso per un fratello in difficoltà”. Questa è la risposta di uno di quei cupi giansenisti che il commissario ha pensato subito di allontanare dal suo incarico! E’ vero il cuore si spezzava a dare il poco tempo disponibile ad un confratello ma penso che Gesù fosse tanto felice di ciò…
Posso testimoniare poi di non aver mai visto in più di un anno un solo litigio tra confratelli, nonostante il divario culturale esistente (dall’Africa alle Filippine), se non in una piccola occasione! Quanta serenità al lavoro, allo studio e a mensa: i pranzi spesso terminavano senza che si riuscisse a smettere di ridere per le barzellette, le imitazioni o le goffaggini di qualche confratello! L’amore fraterno non può poi non tradursi in uno sforzo apostolico che, in quanto comune, diviene potenza irresistibile: quante volte i nostri discorsi a tavola riguardavano le anime da convertire, da avvicinare, da conquistare all’Immacolata! E non le anime in generale, cosa che spesso risulta priva di effetti pratici, ma le singole anime, le anime dei nostri benefattori, dei fedeli, degli amici, dei parenti, le anime di ragazzi e ragazze in difficoltà nel seguire la loro vocazione … pensare e consigliarsi su come avvicinare quell’anima, su cosa dirgli, su quale libro usare per mostrargli la bellezza della Fede cattolica e la sua irresistibile attrattiva. Quante volte i nostri discorsi a tavola erano questi… non risultati di calcio, non film mondani ma anime, anime che aspettano di essere bagnate dal Sangue Preziosissimo di Nostro Signore. E per uno che va direttamente a parlare, cinquanta dietro di lui che pregano, senza gelosie ma con la voglia di sacrificarsi sapendo che siamo insieme per lottare insieme, ognuno nella sua posizione, per l’estensione del Corpo Mistico di Gesù e il Regno del suo Sacro Cuore attraverso il Cuore dolcissimo di Maria!
Purtroppo col commissariamento tutto è cambiato e il nuovo corso non ha portato se non tensione e divisioni in Seminario: come si può stare sereni quando quasi ogni mattina il ministero della predicazione è utilizzato al fine di attaccare e screditare padre Stefano, alludendo a lui (in maniera abbastanza evidente) come “giansenista”, “calvinista”, “ladro”, ecc; come si può stare sereni quando gli stessi che dovrebbero essere i pastori che si sacrificano per il loro gregge espongono le loro pecore ad accuse infondate (lefebvriani, ribelli); come si può stare sereni quando, a chi tenta il dialogo, si replica di essere affetto da una sottile “dipendenza psicologica” (cioè una sorta di deficiente); come si può stare sereni quando si mostra solo diffidenza e mai fiducia agli studenti, persino a riguardo dei soldi e delle piccole spese della comunità; come si può stare sereni quando il cofondatore, padre Gabriele, viene mandato via dalla comunità senza nemmeno dare l’annuncio agli studenti e senza così poterlo salutare! Gli stessi che scrivono essere il seminario una “sorgente di ribellione” dovrebbero interrogarsi se non è stata anche colpa loro, con la loro durezza, con i loro discorsi e con la mancanza di calore umano, a far sì che qualcuno, certamente sbagliando, abbia divulgato all’esterno informazioni. E’ una cosa sbagliata, ma dopo vari mesi passati in un clima del genere è abbastanza comprensibile che qualcuno cerchi uno sfogo in reazioni di questo tipo, peraltro limitate e non generalizzabili all’intero seminario! Che dire poi di quel superiore che parlando a tutti gli studenti ha detto che non si preoccupava del fatto che molti volessero uscire dall’istituto, dato che “avevamo già preventivato che con il commissariamento avremmo perso 60-80 frati”(non sono sicuro del numero ma mi pare fosse questo). Peccato che 60-80 frati non sono 60-80 soldatini di latta che un bambino capriccioso può abbattere con un calcio, ma sono persone umane, perlopiù giovani, alle quali è stata rovinata la vita, gettati in mezzo alla strada o costretti ad andarsene per non tradire la propria coscienza! Non è questa una pericolosa ideologia? Dico veramente ideologia, perché uno dei connotati dell’ideologia è quello di non badare alle persone ma solo ad idee astratte, disinteressandosi totalmente dell’essere umano nelle sue dimensioni antropologiche ed etiche. Mentre un vero ideale aiuta l’uomo a raggiungere il proprio fine etico, che è la vera “realizzazione” di se stesso, l’ideologia guarda ad un ideale non fondato nella natura dell’uomo e pertanto lo violenta, lo calpesta, lo disumanizza. Questo è successo e questo sta succedendo nei FFI: quando si rovina la vita a dei giovani che, in mezzo ai difetti tipici della giovinezza, tentano di amare Dio e servire la Chiesa come può non esserci ideologia? Quando li si vuole costringere ad accettare opinioni discutibili e personali come può non esserci ideologia? Quando si cerca di convincerli a disprezzare o abbandonare chi ha fatto loro del bene, fino a provocare dubbi volontari, come può non esserci ideologia? Come ci può non essere ideologia quando si trattano le vocazioni, le giovani vite umane che sono il futuro dell’istituto, come dei giocattoli, che se non si adeguano alle voglie del padroncino si buttano all’aria o si abbandonano? Nei nostri conventi con il commissariamento è scesa la morte: morte degli studi, interrotti e mai sostituiti da alcuna attività formativa; morte dell’apostolato in tutte le sue forme, distrutto senza alcuna motivazione e senza alcun interesse per la salute delle anime; morte della laboriosità, con la rinuncia al lavoro quotidiano, anche se umile e faticoso. Gli studenti (o ex-studenti) sono stati abbandonati nei conventi senza nulla da fare, senza lavori e fatiche da accettare in obbedienza, senza un programma regolare di studi lasciando tutto all’improvvisazione e ai gusti personali… quanta tristezza mi è scesa negli occhi nel vedere frati perdere tempo tutti i santi giorni sui computer, in attività del tutto futili anziché sacrificarsi, come vedevo prima, tra rosari, libri e lavori! Un giorno mio padre, venendo a farmi visita in seminario, si è stupito di come i frati, che aveva sempre visto allegri e laboriosi, fossero così del tutto disimpegnati e svogliati. Conosceva bene la nostra vita, avendo vissuto per molti giorni in convento per aiutarci in alcuni lavori, e nella sua semplicità non ha potuto che farmi una domanda: “Ma se non studiate, se non vi alzate di notte a pregare, se non lavorate, che cosa siete qui a fare?”. Mio padre non sa nulla di vita religiosa, ma ha ben capito che quando i frati stanno a perder tempo e chiacchierare nei corridoi c’è qualcosa che non va!
Un’ultima parola proprio su di Voi, Santo Padre, considerato che il seminario è stato accusato da confratelli ed esterni di essere ribelle al Papa, oppositore del Papa e, addirittura, di considerarVi un antipapa, come abbiamo sentito dire persino in alcuni nostri conventi. Oltre alla stupidità dell’ultima affermazione, dato che se avessimo considerato Voi, caro Papa Francesco, un antipapa non avremmo certo fatto appello a Voi né Vi avremmo scritto decine di lettere perchiederVi aiuto (concedeteci almeno di essere coerenti), posso testimoniare di non aver mai sentito una critica offensiva nei Vostri confronti né prima né dopo il commissariamento. Nonostante la sofferenza di vedersi accusati e trattati male da quella stessa Santa Chiesa che abbiamo imparato ad amare e a cui offrivamo tutte le nostre fatiche e la nostra stessa vita, abbiamo sempre continuato a sentirci figli Vostri, Santo Padre, e abbiamo sempre sperato che la salvezza ci venisse proprio da Voi. Ricorderò sempre un confratello, certamente uno dei primi ad essere accusato di essere un lefebvriano, dire con molto calore: “Voglio essere salvato dalle mani del Santo Padre, perché lui è mio padre e io sono suo figlio”. Il giorno del Vostro compleanno (17 dicembre) poi, a colazione, tutto il seminario è esploso in un grande battito di mani e in alte grida “Viva il Papa”! Chi dice il contrario mente! Il dire che il seminario fosse ribelle e oppositore al Papa è una vera e propria calunnia dato che né a lezione, né in altri contesti ho mai sentito dire niente di offensivo contro il Papa e chi di solito fa tali accuse non sa portare poi prove a sostegno, se non dei dicitur e dei relata refero! La storia della Chiesa purtroppo ricorda un analogo triste episodio, quello della Compagnia di Gesù, accusata di opporsi a Clemente XIV dopo aver goduto dei favori del predecessore Clemente XIII. Gli oppositori della Compagnia seppero talmente bene orchestrare la manovra da far passare veramente i Gesuiti per oppositori del regnante Pontefice ma, anche dopo la soppressione della Compagnia, non si seppero produrre prove riguardo a tale presunta opposizione. La trista figura di mons. Macedonio, incaricato dal Papa, arrivò persino a perlustrare le fogne del Collegio Romano per trovare ipotetici libelli contro Clemente XIV scritti dai Gesuiti: fa ridere ma anche per queste calunnie la Compagnia di Gesù fu sciolta!
Il precedente rettore, considerato uno dei capi del presunto “scisma”, sia durante il Conclave che con l’inizio del nuovo anno accademico aveva deciso con il consiglio della comunità, di abbreviare di dieci minuti il pranzo per recitare una corona del S. Rosario comunitariamente con l’intenzione di preghiera specifica per Voi: non era questa una maniera concreta di rispondere agli incessanti appelli che nella Vostra umiltà rivolgete al popolo cristiano di pregare per Voi? I nuovi rettori, non appena arrivati, hanno abolito questo S. Rosario comunitario! Chi ama il Papa? Chi prega e accetta sacrifici, anche nella ricreazione, per Lui oppure chi si riempie la bocca di parole del Sommo Pontefice e poi non fa nulla per Lui? I “Ritiri mariani”, le nostre case contemplative, praticavano una vita di nascondimento e preghiera silenziosa, offrendo specificatamente la loro vita per il Santo Padre: la nuova gestione FFI ha praticamente distrutto i ritiri mariani e ne ha messo in discussione anche la loro futura esistenza con la motivazione che non fanno parte della tradizione francescana! E’ questa una maniera di esprimere il proprio amore per il Papa?
Sappiamo che molti di quelli che hanno tentato di difendere pubblicamente i FFI sono stati, al contempo, molto critici verso certe Vostre parole e certi Vostri atteggiamenti. Non voglio entrare nella questione, dato che violerei l’intimo della coscienza di chi si sentiva in dovere di fare quello, ma certo devo dire che, pur provando un grande fastidio davanti a critiche aspre verso il Papa, rimango ancora più infastidito da chi usa (e a volte manipola) le parole e il pensiero del Papa per sostenere le proprie opinioni!Non penso che con la Evangelii Gaudium abbiate chiesto ai FFI di abbandonare il rito antico e scrollarsi di dosso la “mondanità spirituale” da cui sarebbe affetto chiunque apprezzi il Vetus Ordo! Credo invece che abbiate messo in guardia i cristiani contro i teorici della pastorale da scrivania, quelli che parlano e discutono di missione, di apostolato, di pastorale ma poi si dimostrano del tutto inesperti e incapaci di farla e praticarla! Avete chiesto ai sacerdoti di chiudere le loro giornate davanti al Tabernacolo, ad impetrare la salvezza delle anime davanti al Santissimo Sacramento, anziché davanti alla televisione (ma anche il computer, un romanzo o un libro poco cambia, se cercato per il proprio piacere e svago)! Con un po’ di “presunzione” posso dire che questo non avevo bisogno d’impararlo da Voi, Santo Padre, perché ho sempre visto i miei superiori, in particolare i maestri di postulandato e noviziato, chiudere tutte le sante giornate in ginocchio di fronte al Tabernacolo a pregare per le anime loro affidate, cioè per me e i miei confratelli, per la nostra perseveranza, perché il Signore ci concedesse di divenire buoni frati per la salvezza di tutte le anime! Possa avere la forza di imitare per tutta la vita questo santo esercizio!
Scusate per la lunghezza di questa lettera, Padre buono, ma capirete bene che ho scritto, abbastanza di getto, tutto ciò che il cuore e la coscienza m’imponevano di scrivere per ringraziare tutti quelli che mi hanno aiutato e hanno condiviso con me il cammino di questi ultimi anni. Da quello che ho scritto capirete anche bene l’impossibilità di continuare serenamente in un istituto dove lo zelo e la virtù vengono calunniati e puniti, dove si è costretti ormai a camminare tra i “cadaveri” dei propri amati confratelli e, ancor peggio, sulle teste dei propri fondatori e dei formatori che mi hanno fatto del bene. Considerate l’esito del loro tenore di vita (Eb 13, 7): questo passo della Sacra Scrittura mi è rimbalzato più volte in testa negli ultimi mesi e mi ha aiutato a far breccia nel mare di menzogne, calunnie, parole e opinioni che hanno riempito i nostri conventi negli ultimi mesi, e a scegliere la strada buona su cui proseguire, la strada della virtù e del buon esempio (e non i discorsi sulle virtù e sui buoni esempi), che conduce direttamente alla Regina delle virtù, l’Immacolata! E ancora, dai loro frutti li riconoscerete (Mt 7, 16): come è possibile che l’albero da cui è nata tutta questa vicenda sia buono se i frutti (abbandoni, calunnie, tensioni, guerre, liti, vite rovinate) sono così cattivi?
Fiducioso nel Vostro aiuto, Vi domando l’apostolica benedizione e Vi chiedo di pregare per me e ricordarVi di me nella Santa Messa quotidiana, perché possa perseverare nella Fede e nel servizio del Signore sotto la guida dell’Immacolata.

Nel Cuore di Gesù e Maria,

Davide Canavesi (già fra Ambrogio)

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