Commento alla risposta di Padre Alfonso ad un articolo apparso su Corrispondenza Romana

Colpisce subito, nel sommario, l’affermazione di Padre Bruno quando definisce i provvedimenti di Volpi “salutari sanzioni disciplinari”. Le frasi ad effetto dell’autore rilevano un elevato spirito di immaginazione, al di là del quale il nocciolo della questione è questo: comunque padre Alfonso la racconti, c’è una spaccatura profonda all’interno dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata. Pretendere di incollare gli opposti è irrealizzabile.
Nella sua apologia riprende un tema già trattato, quello dell’informazione attraverso i media. Il ricorso degli internauti alla rete è l’arma di chi non può avvalersi di altri mezzi per denunciare provvedimenti ingiusti. In tanti casi si è trattato di persone che hanno agito spontaneamente, perché amanti della verità. Comprendiamo che ciò possa dare fastidio a Padre Bruno, ma dovrà rassegnarsi. Nel contesto ci preme far notare ai lettori la rabbia offensiva che traspare dalle frasi con cui l’autore bacchetta chi non è allineato con lui. Se questo succede nella replica di un semplice articolo, è inverosimile pensare che nell’Istituto la sua presenza trasmetta un’atmosfera pesantemente repressiva?
Il provvedimento di sospensione ai religiosi è un provvedimento, a quanto pare, ingiusto e, a nostro parere, i provvedimenti ingiusti non sono validi. Tutte le spiegazioni di padre Bruno per giustificare il comportamento della nuova autorità dell’Istituto, confermano due cose: primo il diffuso malessere che si vive nelle comunità da quando è cominciato il commissariamento; secondo, il clima di persecuzione contro chi non si allinea con il nuovo governo.
Sorprende, si fa per dire, che proprio padre Alfonso denunci una sorta di complotto ai danni dell’Istituto, quando il commissariamento in corso sembra proprio l’evolversi di una trama ben congetturata. Si potrebbero fare tanti esempi, gli avvertimenti al superiore generale da parte dei frati contrari al Summorum Pontificum, l’attesa certosina del cambio del Prefetto della Congregazione degli Istituti di vita religiosa, la richiesta di commissariamento presentata direttamente al Papa per impedire qualsiasi intervento del Supremo tribunale della segnatura apostolica, i pretesti elevati a fatti, etc. etc. etc., tutti segni di giochi già stabiliti.
Il commissario Fidenzio Volpi, fin dagli inizi del suo mandato ha affermato pubblicamente delle inesattezze, per le quali sta in parte già rispondendo in sede giudiziaria. Ricordiamo che ebbe a scrivere in una circolare indirizzata a tutti i conventi: “Cosa poi estremamente grave – ve ne porto a conoscenza ufficialmente solo ora – è stato il trasferimento delle disponibilità dei beni mobili e immobili dell’Istituto, a fedeli laici, noti figli spirituali e familiari del Fondatore P. Stefano M. Manelli, nonché ad alcuni genitori di suore.” La portata delle affermazioni ha reso indispensabile il ricorso alla giustizia, in seguito al quale il Commissario ha pubblicato una smentita dichiarando “la assoluta estraneità dei Fratelli e Sorelle di Padre Stefano Maria Manelli alle contestate operazioni inerenti il trasferimento della disponibilità dei beni mobili e immobili dell’Istituto dei Frati Francescani dell’Immacolata…”.
Si potrebbe pensare, allora, che se non c’entrano i familiari entrano in causa i genitori delle suore. Quindi un genitore di una suora si è recato da un legale, mediante il quale è stato chiesto al Volpi se con l’espressione ad alcuni genitori di suore,  si riferisse al padre della suora. La risposta dell’avvocato di Volpi è stata la seguente: “Il mio assistito non si riferiva a persone fisiche.”.
Facciamo fatica a trovare una congruenza tra l’affermazione del commissario con la spiegazione dell’avvocato, salvo che non si voglia pensare che i genitori di suore siano un ectoplasma o appartengano alla categoria degli Enti Morali. Altri genitori di suore hanno intrapreso nei confronti del commissario azioni legali di cui aspettiamo l’esito. Questo tanto per chiarire da quale fonte arriva la sospensione che padre Bruno giustifica raccontando il caso nigeriano e quello delle filippine.

La tela del ragno
Nelle pagine che seguono la versione alfonsina dell’accaduto in Nigeria c’è di tutto. Automobili di lusso, alcol, richiesta di soldi senza autorizzazione, il commissario responsabile della vita del nuovo padre guardiano. Accidenti tutti che servono ad appesantire la storia, in modo da dare all’ignaro lettore una percezione negativa. Si tratta di una tecnica nell’ambito della manipolazione dell’informazione nota agli spin doctor.
Se eliminiamo i ricami al veleno e ci fermiamo a valutare i fatti, riscontriamo che una grossa fetta di religiosi vogliono uscire dal Convento perché non si riconoscono più nell’Istituto. Le dispense, però, non sono concesse e i religiosi soffrono un grave disagio per l’imposizione contro coscienza. Quando il loro equilibrio psichico è a rischio, è naturale che cerchino un sollievo scappando.  Se infine vanno via senza permesso  arriva la sospensione a divinis, come nel caso dei religiosi filippini. E con questo la rete del ragno è bella e filata.
Ora, noi sosteniamo: primo, se fosse il Papa ad aver deciso di non concedere subito le dispense, lo metta per iscritto. Secondo, il rifiuto a concedere le dispense è atipico. La Congregazione le concede a tutti e in genere in tempi brevi. Oltre ai frati già andati via dall’Istituto negli anni scorsi, ci sono circa 35 religiosi sacerdoti che hanno chiesto le dimissioni da quasi sette mesi, ma ad essi è imposta una ingessante camicia di forza. La loro accettazione è eroica, ma ci sono anche quelli che non ce la fanno più e per questo scappano.
Quanto al presunto ammutinamento avvenuto in Nigeria – termine più aderente a dei militari che a dei religiosi -, non è prova, se fosse vero, che il gruppo dei religiosi che non si riconosce nel nuovo governo dell’Istituto è nutrito? Cosa si aspetta a lasciarli liberi? Inoltre, udite, udite, se dei religiosi decidono di lasciare l’Istituto, non possono farlo perché, dice padre Alfonso, l’Istituto si danneggia. Siamo al ridicolo! Impedire a dei religiosi di scegliere liberamente quale spiritualità seguire! Dovrebbe essere l’atto più naturale di questo mondo, ma, evidentemente, per Bruno e company è un’azione di rappresaglia contro l’Istituto. Il fatto di essere in tanti a lasciare l’Istituto, per lui è solo un’aggravante e non la chiara, visibile, realtà di una grave spaccatura al suo interno. Davvero siamo al delirio della ragione.

Per quanto riguarda il caso dei cinque Religiosi filippini, oltre ad accusarli più o meno delle medesime cose, il padre Bruno contesta al vescovo filippino che ha accolto i religiosi usciti dall’Istituto di non aver chiesto loro se sono fedeli al Papa. Domanda inutile se rivolta ad uomini fedeli alla dottrina tradizionale della Chiesa, ma utile per ricordare che proprio a padre Alfonso è stata contestato l’improprio accorpamento dei dati del questionario del visitatore apostolico, alterando la percentuale delle risposte dei religiosi. Ci stupisce non poco che padre Alfonso accusi i religiosi di aver trovato le complicità necessarie per dividere l’Istituto. Riconosciamo che ci vuole una buona dose di faccia tosta per parlare di complicità e di divisione, dopo lo scatafascio a cui è stata sottoposta la famiglia dei Francescani dell’Immacolata. Solo un cieco non vedrebbe che la divisione ce c’è già, o una persona ammalata di fantasia.
Nell’articolo padre Alfonso ritorna sul tema che la disobbedienza alla nuova autorità di governo è una disobbedienza alla Chiesa. Diciamo basta, per carità, con questo ritornello, con questa cantilena. Anche l’indecenza ha un limite! Non c’è, né c’è mai stato nella storia un papa con il nome Fidenzio.
Infine, per quanto riguarda le dispense che tardano a venire, Padre Alfonso ricorda che non sono un diritto, quanto una grazia concessa dall’apposita Congregazione. Noi diciamo: grazia o non grazia, qual è il senso di costringere religiosi a restare in un Istituto nel quale non vogliono più stare. Perché obbligarli, contro la loro volontà? Quest’azione violenta e costrittiva non è nello stile di Dio. Si vuole uscire dall’ordine non perché i voti non siano considerati “una promessa fatta a Dio”, ma “un’esperienza stagionale di volontariato nella Caritas”, come millanta padre Bruno, vuol dire semplicemente ritrovare quella pace e serenità spirituale che c’era prima del commissariamento.
Quanto al timore di creare nuovi raggruppamenti con le stesse dinamiche che hanno determinato il commissariamento, rispondiamo che certo non spetta a padre Alfonso dirlo. Inoltre, se queste dinamiche non sono contro la dottrina della Chiesa, non possono essere nemmeno contro la Chiesa.
Da quanto scritto si deduce che primo, il colpo di mano – golpe, tanto per ancorarmi al linguaggio dell’ammutinamento -, realizzato per l’impossessamento dell’Istituto non ha liberato la maggioranza dei religiosi “oppressi” da un autoritario generale, come si affermava, ma, al contrario, costringe uomini liberi a restare prigionieri di una logica di potere. Secondo, che la spiritualità originale dell’Istituto e del suo carisma era stata scelta liberamente e ad essa ancora anelano i cuori di molti, nonostante le vessazioni e le persecuzioni che sono costretti a subire. Terzo, ça va sans dire, chi è andato via e chi vuole andar via, lo fa perché  ha constatato che nei conventi non si vive più come una famiglia, c’è diffidenza, timore di esprimere le proprie idee e con esse di subire ritorsioni. Se in una comunità religiosa viene meno l’unità, lo spirito di famiglia, può significare solo una cosa: quell’esperienza di vita comunitaria è fallita.
Ci piacerebbe fare un gioco, che vorremmo fosse realtà. Se tutti dovessero ripartire da zero, senza ritorsioni e lavaggi del cervello, quanti sceglierebbero di stare con lei, padre Alfonso?

Il Comitato dell’Immacolata

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