Risposta dei genitori delle suore Francescane dell’Immacolata all’articolo

Innanzitutto un doveroso ringraziamento agli intellettuali del mondo cattolico che hanno scelto di ricercare criticamente la verità sul commissariamento dei Francescani dell’Immacolata e che oggi sono impietosamente apostrofati come “picciotti di Padre Manelli”. Se un giorno tutti risponderemo di ogni parola inutile, cosa sarà quando saremo giudicati per aver affermato il falso? Così, se liberi pensatori osano porsi delle domande sulla questione dei Francescani dell’Immacolata, ecco che sono definiti autori di un complotto orchestrato chissà da quale mente occulta. Ci spiace per quanto accade e li ringraziamo di essere a nostro fianco in questa battaglia che cerchiamo di condurre solo per la gloria di Dio e per il trionfo del Cuore Immacolato, per ristabilire la “Vera Verità” sul commissariamento dei Frati Francescani dell’Immacolata. Per aver ospitato il nostro intervento, un ringraziamento particolare all’amministratore del sito Libertà & Persona, la cui ben conosciuta rettitudine morale non ha certo bisogno di difesa alcuna.
Ci sia consentita solo una breve replica alle affermazioni dell’autore dell’articolo “Dolce dissentire”  in particolare ai suoi cinque postulati di falso. Li riportiamo tutti e cinque. La nostra replica in corsivo.
«FALSO l’aver risposto a un’esigenza di povertà a favore dell’Istituto. Se questa fosse stata l’intenzione primordiale del Fondatore, costui avrebbe dovuto affidare i beni dell’Istituto ai laici sin dal 1990 e non dopo un mese dal commissariamento, nell’estate del 2013. A maggiore conferma del dolo c’è il fatto che alcuni dei laici di cui si è servito il Manelli sono gli stessi che da sempre lo hanno incensato».
Rispondiamo. L’esigenza di vivere la povertà e di non gestire beni e denaro è nata con la prima esperienza di vita Francescana, ben prima del 1990. L’esistenza delle Associazioni sono proprio la prova di una volontà finalizzata a non gestire beni e denaro, altrimenti perché costituirle? Se non ci fosse stata la volontà di affidare a terzi beni o denaro si sarebbero direttamente amministrati dal primo momento, in modo diretto, senza dare origine ad Associazioni.
L’ignoto autore dell’articolo insinua che ci sarebbe stata una truffa ai danni della famiglia religiosa. Sarebbe ora di finirla con dichiarazioni ad effetto, diventate ormai dei mantra ossessivi. Se ci sono state truffe o altro perché non si denunciano alle autorità competenti? È almeno dal settembre del 2013 che si ripete questo ritornello senza però portarlo mai in un’ aula giudiziaria. Perché?

«FALSO il dichiarare di volersi schierare dalla “parte più scomoda”. Sempre nell’estate del 2013 Padre Manelli sembrava essere ancora “la parte più comoda” con tutti gli appoggi che aveva in Vaticano nei Monsignori caduti progressivamente e uno dopo l’altro in disgrazia… »
Rispondiamo. Questa affermazione contiene già la risposta: prova che attualmente siamo schierati dalla parte debole e quindi scomoda. Piuttosto ci preoccuperemmo del peso di questa asserzione: “Monsignori caduti progressivamente … in disgrazia …” perché se costoro fossero gli stessi che difendono la sacralità della dottrina cattolica, o quelli che il Santo Padre emerito, Benedetto XVI, ha lodato per il loro lavoro, sarebbe un segnale preoccupante per la Chiesa.

«FALSO dichiarare che ci sono frati ribellatisi al Fondatore. Ne abbiamo incontrato più di qualcuno che, con le lacrime agli occhi, ha preso atto di come il Fondatore piuttosto abbia tradito i suoi figli e si stia – lui – ribellando alla Chiesa».
Rispondiamo. Suvvia, se si nega l’evidenza, affermando che tutto è falso, su cosa dobbiamo confrontarci? Meglio leggere Pinocchio, almeno c’è una morale!

«FALSO far coincidere “i frati fedeli al carisma dell’Istituto” con i fuggitivi, i chierici vaganti e sospesi, i disobbedienti al Commissario e i criticoni alla Chiesa e al Papa: è una contraddizione in termini. Il carisma lo incarna la Chiesa e non lo impersonifica il Fondatore, se è davvero tale agli occhi di Dio».
Rispondiamo. È ovvio che criticare l’operato del commissario non vuol dire criticare la Chiesa; poi non si capisce perché la libertà di opinione e di coscienza debba essere appannaggio solo dei membri del nuovo governo e di chi l’appoggia. Autoritarismo forse? È questo il vero problema che rende la vita difficile in convento? Bloccare le uscite di religiosi, contro la libertà di coscienza non è un atto giusto. Sembrerebbe un abuso; forse ci sbagliamo? Non sarebbe meglio, lo ripetiamo anche noi, lasciare che l’Istituto si divida e si lasci liberamente andare via chi non si riconosce nel nuovo governo? Se poi qualcuno scappa perché non ce la fa, è una situazione causata dall’indifferenza di chi non ha preso in considerazione le domande di uscita dei confratelli e la sofferenza interiore dei richiedenti.

«FALSO che la non concessione della dispensa dai Voti ai frati ribelli sia qualcosa di scandaloso e di unico nella storia della Chiesa. Esistono religiosi di altri Istituti che, pur non costituendo un pericolo per il popolo di Dio, hanno atteso anni prima di essere svincolati dalle loro promesse fatte al Signore».
Rispondiamo. Non siamo canonisti, ma proviamo ad esporre un modesto giudizio morale, appellandoci a quella libertà di espressione a cui fa riferimento lo stesso scritto che stiamo velocemente commentando. Sulla base del buon senso, noi pensiamo che l’uscita di un religioso dal suo Istituto possa essere bloccata per il bene del religioso, magari quando attraversa un momento di incertezza. In tal caso ritardare l’uscita può rispondere alla logica della carità, in attesa che il religioso faccia chiarezza interiore e rifletta sulla gravità dell’atto che vorrebbe compiere. Nella nostra fattispecie la chiarezza interiore c’è. I religiosi non hanno dubbi. Vorrebbero uscire dall’Istituto perché non si riconoscono nel nuovo governo, ma soprattutto nella visione che il nuovo governo ha del carisma. Soffrono perché respirano aria di regime! Non hanno tentennamenti. Cercano solo di ritrovare la serenità interiore per continuare a svolgere il loro ministero, in una comunità che possa dirsi veramente famiglia. Nella fattispecie non v’è alcuna logica di carità che giustifichi il ritardo delle dimissioni. Non sarà per caso che si cerca di torchiare psicologicamente i religiosi che chiedono di uscire, in attesa di un loro (sperato?) passo falso che possa giustificare, in qualche modo la presa di posizione contro di loro? Ci sembra che obbligare i frati a restare nell’Istituto contro la propria coscienza sia un atto di prepotenza, un abuso che trasforma l’autorità in autoritarismo e svilisce la pratica dell’obbedienza in imposizione.
Infine, l’articolo dei genitori delle suore presenti in Associazioni è come se fosse stato firmato perché si tratta di Associazioni pubbliche ed i nomi degli associati sono pubblici. Ci piacerebbe sapere, invece, come mai lo scrivente dell’articolo “Dolce dissentire” non si sia firmato, visto che minaccia persino ricorsi giudiziari. Paura o questione di stile?
N.B. Sinceramente siamo un po’ stanchi di rispondere alle solite reiterate accuse a molte delle quali già altri hanno più che sufficientemente ribattuto; per il futuro valuteremo l’opportunità di replicare solo ad eventuali nuove accuse. Il mancato possibile riscontro non dovrà essere interpretato come scarsezza di argomenti.

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