La scodella di San Francesco e la crisi della vita religiosa

scodellasanfrancesco

Nel giro di pochi giorni il Web si è riempito di video che, con tono altamente emozionato ed emozionante, attaccano l’istituto delle suore Francescane dell’Immacolata e il suo fondatore, p. Stefano M. Manelli. Prima qualche ex-suora mostra alle telecamere l’atto della sua professione solenne, scritto col sangue, e racconta delle “disumane” pratiche penitenziali. Quasi subito dopo una mamma di due suore lancia un drammatico appello al Papa chiedendo, niente di meno, di “distruggere” l’istituto religioso.
È ovvio che quando i figli lasciano la casa, i genitori soffrono. Ed è chiaro che quando i figli lasciano la casa non per sposarsi, ma per consacrarsi a Dio, tanto più se ciò comporta una vita lontano dalla famiglia e forse anche dalla patria, la sofferenza diventa più grande. Pochi sono i genitori che sanno apprezzare il grande privilegio che riceve la loro famiglia con la vocazione religiosa di uno dei figli; e probabilmente anche quelli che sanno apprezzarlo, soffrono comunque per la lontananza dei loro cari. Non pochi genitori, non solo non apprezzano, ma anzi si ribellano con tutte le forze contro Iddio che chiama al Suo servizio i loro figli. Numerosi esempi di tale atteggiamento li troviamo nelle vite dei santi: “preferisco vederlo morto che diventare prete!” disse a s. Giovanni Bosco la mamma di un giovane che voleva entrare nel seminario (il giovane infatti morì). Lo stesso san Francesco dovette sopportare una prigionia nella casa paterna e infine rinunciare al proprio padre. Santa Chiara fu violentemente perseguitata dai suoi zii, s. Tommaso d’Aquino dai fratelli e così via. Non è di sicuro un bel tipo di genitore quello che vuole opporsi a Dio e violare la santa libertà del figlio; ma – purtroppo – non è nemmeno raro.
Nella drammatica intervista, “la mamma di due suore” afferma in certo momento che le sue figlie dicono di star bene nell’ordine. Ma questo non conta: importante è solo avere le figlie a casa, godere della loro presenza; essere padrona di esse, come se fossero dei giocattoli. Di sicuro ciò proviene da un amore materno, ma sregolato e snaturato, amore che si trasforma in odio quando l’infelice madre dice che il Papa “deve distruggere quest’istituto” nel quale le sue figlie stanno bene.
Un po’ diverso è certamente il caso delle ex-suore. Qui, in primis, conviene ricordare un dato scientifico. Un racconto pieno di emozioni facilmente convince; tuttavia la sociologia delle religioni ammonisce di non credere facilmente alle accuse degli “apostati” (il termine – secondo le spiegazioni di R. Stark e M. Introvigne – è tecnico e non deve necessariamente aver senso negativo). Chi per molti anni è stato membro di un ordine o un’organizzazione di carattere religioso e poi ne è uscito ha la tendenza di parlare male e ingiustamente dell’ambiente che ha lasciato. Certamente ciò non significa che una tale testimonianza sia del tutto priva di valore; il fatto, però, d’esser stato membro non ne accresce la credibilità, almeno trattandosi di una testimonianza negativa.
Si può benissimo capire che qualcuno non ce la fa a condurre una vita di penitenza; e anche se è sempre doloroso vedere una vocazione fallita, ben volentieri lascerei in pace la povera ex-suora. Qui però si tratta di qualcosa di più grave. Essa tira fuori l’atto della sua professione religiosa, che un dì, forse imprudentemente, ma di sicuro con uno slancio nobile, volle scrivere col proprio sangue. Lo mostra a tutti attraverso le videocamere come se volesse dire: “guardate dove son finite le mie promesse!” – e usa lo stesso atto della propria consacrazione per denigrare gli altri. Supponiamo anzitutto che tutte le pratiche penitenziali descritte dalla ex-suora (che del resto non paiono molto scioccanti a chiunque abbia letto qualche biografia di qualche santo) siano vere. Ora, però, san Francesco d’Assisi ha fondato un ordine dei penitenti; e infatti agli inizi i frati minori si chiamavano proprio “i penitenti d’Assisi”. La schiera dei santi francescani si è santificata con le fruste e i cilizi, con il freddo e con le veglie; con i digiuni e ogni altro tipo di penitenza. Padre Pio ripeteva che con il Sangue siamo stati redenti e anche noi dobbiamo “acquistare” le anime dei peccatori a prezzo del sangue nostro. San Massimiliano M. Kolbe riteneva la sofferenza l’apostolato più efficace. La Madonna chiese ai suoi devoti la “penitenza, penitenza, penitenza” e la piccola Giacinta di Fatima (beatificata da grande asceta s. Giovanni Paolo II) può esser un modello di penitenza generosa pei nostri tempi.
Chiunque è entrato liberamente in un ordine come quello dei Francescani dell’Immacolata, che chiaramente e apertamente si riferisce alla tradizione penitenziale dell’ordine serafico (e le sue regole sono state approvate dalla Santa Sede nel vicino 1998), non dovrebbe meravigliarsi d’avervi trovato la penitenza. Chiunque ha scelto l’istituto che ha come protettori san Pio da Pietrelcina e san Massimiliano M. Kolbe, non dovrebbe meravigliarsi delle sofferenze trovate sulle loro orme. Chiunque ha voluto seguire più da vicino Cristo, proprio attraverso l’esempio di san Francesco, che con una scodella mendicava di porta in porta gli avanzi dei tavoli dei cittadini d’Assisi e poi, lieto, mangiava quel disgustoso miscuglio, non pare aver diritto di lamentarsi. Per chi conosce davvero, da decine di anni, i frati e le suore Francescani dell’Immacolata e P. Stefano, sa che la rigorosa penitenza è stata sempre condita con il sale di una saggia prudenza. Tutto vien fatto in santa letizia, come offerta pura offerta a Dio attraverso l’Immacolata per la salvezza dei peccatori, e non certo per il piacere del dolore. Sarebbe da folli!
Si possono capire le sofferenze di una persona uscita da un ordine religioso dopo tanti anni, dopo aver emesso i voti solenni e probabilmente trovandosi poi nel mondo con moltissime difficoltà. Si possono capire le sofferenze di una madre che amando sregolatamente le proprie figlie non riesce ad accettare le loro libere decisioni. Rimane però sempre uno spettacolo tristissimo vedere queste persone che sfogando il loro dolore, si fanno pedine di una battaglia che in fondo è una battaglia crudelissima contro la stessa vita religiosa. Non è un caso se tali attacchi scoppiano appena dopo il commissariamento delle suore Francescane dell’Immacolata; e non è un caso che vengano attaccati appunto i religiosi che tendono a una vita religiosa seria e salda e non quelli che cadono in veri e propri scandali, dei quali – purtroppo – ne abbiamo visti parecchi in questi mesi. Non è infine un caso, se tutto ciò accade in uno dei momenti più tenebrosi in tutta la storia della Chiesa: la Chiesa infatti, cammina bene quando bene camminano gli ordini religiosi e zoppica quando la vita religiosa viene meno. Occorre pregare tanto affinché le persecuzioni mosse contro la vita religiosa cattolica non riescano a soffocarla.

Claudio Circelli

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