Quando la notizia passa in secondo piano

Numerosi articoli di accusatori non meglio definibili stanno facendo la loro comparsa tra siti web e stampa. La loro identità resta nascosta pur quando è assurta agli onori della cronaca. Ecco una riflessione sull’argomento.

ombrauomo

Anonimato, anonimato e ancora anonimato. Una suora ha detto…, un frate ha riferito…, una mamma denuncia… Nessuno che abbia il coraggio di presentarsi con nome e cognome o mettere una firma e assumersi la responsabilità delle informazioni fornite a qualche quotidiano, che, seppur prestigioso per la sua storia, per certi suoi articoli rischia di piegarsi alla logica delle chiacchiericcio da bar. Con il beneplacito di qualche rampante giornalista che ha sposato una causa avversa ai frati Francescani del vecchio corso – evidentemente ha già emesso il suo giudizio di condanna prima della magistratura – è stato pubblicato il 14 novembre 2015 un altro articolo sulla pagina del Mattino a firma di Loredana Zarrella.
Mi chiedo qual è il senso di questo modo di procedere. In un rapporto di forza, l’anonimato potrebbe avere un senso per la parte più debole; al dovere di riferire la verità, essa deve coniugare la prudenza del nascondimento per difendere la propria incolumità. Non c’è ragione, invece, se l’anonimato lo conserva la parte forte del rapporto, colui che esercita il potere e può far valere la sua forza senza timore; anzi, perseguire la sua verità significherebbe renderebbe un servizio all’intera comunità e sarebbe un atto di giustizia encomiabile, una sorta di servizio socialmente utile. Se sta dicendo la verità non c’è bisogno di nascondersi. Allora perché?
A volte rientra nella strategia della comunicazione dare risalto ad un fatto emotivamente coinvolgente, per adombrarne un altro che, in un certo qual senso, contraddice l’ipotesi che si sta sostenendo. Certamente sarà stato un caso e non un’intelligente mossa intenzionale della Zarrella – con ciò faccio salva la sua buona fede – ma nell’ultimo suo l’articolo è accaduto proprio questo. Molte righe dedicate alla denuncia di una madre per liberare il figlio dalla “prigionia” di un convento e poche, appena un trafiletto, per informare della nuova sentenza del Tribunale Civile di Avellino che ha respinto l’istanza dell’avvocato Sarno di sequestro dei beni dell’Associazione Missione dell’Immacolata.
È questa la seconda volta che la magistratura del Tribunale respinge una richiesta di sequestro di beni, il cui possesso è spasmodicamente rivendicato dai Frati Francescani dell’Immacolata del nuovo corso, contravvenendo alla regola dell’Istituto che non vuole proprietà; regola condivisa, invece, dai religiosi rimasti fedeli alla vita religiosa che hanno abbracciato, secondo la regola approvata da San Giovanni Paolo II. Tale fedeltà è stata pagata in vario modo dai Frati del vecchio corso, alcuni dei quali hanno persino fatto ricorso a legali, altri hanno subìto con pazienza, altri ancora hanno abbandonato la comunità religiosa assegnata perché percepita non più come famiglia, ma come lager.
Quel trafiletto, dunque, è come sepolto “dai si dice e dai si sente”, nascosto tra l’inchiostro della stampa e non rende giustizia alla pubblica informazione, a mio modo di vedere. Salvo poi i casi in cui, in occasione della sentenza di dissequestro del Tribunale del riesame di Avellino, la Zarrella dedicò uno spazio importante ad un articolo (“Frati Francescani: niente dissequestro per i beni” Il Mattino – Cronanca di Avellino – 27 giugno 2015), in cui spiegava ai lettori che il Tribunale in questione aveva respinto la domanda di dissequestro dei beni. Purtroppo si trattò di un evidente e macroscopico malinteso, dato che la domanda di dissequestro era stata accolta e la verità, ancora una volta, stava da tutt’altra parte!

Maddalena Capobianco

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