La nuova pastorale familiare: un vocabolario pericoloso?

Con questo articolo il professor Guido Vignelli ventila la possibilità di un ritorno a Babele, a causa dell’introduzione di un “nuovo lessico ecclesiale” che non aiuta a comprendere le verità evangeliche sulla famiglia. Il mutamento del linguaggio non è mai un’operazione di pura forma; il lessico, infatti, modifica il pensiero e il pensiero i modi di agire delle persone.  

disegno-di-vocabolarioOggi va prendendo piede un Cristianesimo post-cristiano, ormai talmente ignaro della propria identità da aver rinnegato perfino il proprio vocabolario, suscitando così gravi problemi di comprensione tra fedeli che non parlano più lo stesso linguaggio ecclesiale: abbiamo così una sorta di abbandono della Pentecoste per tornare a Babele.

Il nuovo e confuso modo di parlare e di scrivere non si limita più alle astruserie di certa teologia “aggiornata”, perché è penetrato anche in una certa pastorale familiare, molto propagandata dai mass-media.

Lungo il vivace e confuso dibattito tenutosi durante e dopo i due ultimi Sinodi episcopali sulla famiglia, influenti centri di potere ecclesiale hanno avviato quella che chiamano una “conversione” del linguaggio e della prassi tendente a creare un “nuovo lessico ecclesiale” capace di favorire un “rovesciamento di prospettiva” nella pastorale familiare.

C’è chi sostiene che questa svolta sinodale cambierà la pastorale familiare non nella sostanza, ma solo nello “stile” di esprimersi e di agire, solo nei metodi di discernimento, di approccio e di accoglienza in favore di persone, coppie e famiglie un tempo emarginate perché “irregolari”.

Bisogna però obiettare che è proprio questo campo delicato e scivoloso a fare problema e ad essere pericoloso per la Chiesa. Infatti i mutamenti nel linguaggio possono essere decisivi perché, quando il modo di esprimersi cambia, anche il modo di pensare tende a cambiare; inoltre, una volta cambiato il modo di pensare, col tempo anche il modo di agire tende a cambiare.

Per riassumere in uno slogan: le parole di oggi possono diventare le idee di domani e poi i comportamenti di dopodomani; ciò che oggi è visto solo come una licenza linguistica o come una eccezione metodologica, potrà poi diventare una regola di comportamento che s’impone sempre e dovunque.

A questo punto, il cambiamento non riguarderà più forme o modi ma sostanze, ossia diventerà sostanziale; il “nuovo lessico pastorale” avrà sovvertito non solo il linguaggio ma anche i metodi, le vie e i fini stessi della pastorale ecclesiale. A quale scopo questa rivoluzione?

Da una parte, si tenta di spogliare il Vangelo della famiglia non solo della sua “forma linguistica”, ritenuta arida, ma anche del suo “rivestimento culturale”, ritenuto sorpassato, in modo da liberarlo dagli stereotipi ereditati dalla teologia tradizionale e da una pastorale accusata di essere esigente e immisericordiosa.

Dall’altra, si pretende di rivestire quel Vangelo di una pluralità di linguaggi e di forme culturali, rendendolo “aperto alle diversità dei popoli”, al fine di adeguarlo alle varie culture e usanze sia di una modernità rampante che di un paganesimo di ritorno.

Tutto questo viene chiamato “processo d’inculturazione” del Vangelo della famiglia, al fine di renderlo “pluralistico” e adeguato ai cambiamenti sociologici della società. Lascio al lettore immaginare quali gravissime conseguenze tutto ciò possa provocare nella pastorale familiare riguardante abusi come adulterio, “matrimonio di prova”, coppia di fatto, divorziati-risposati, poligamia, convivenza omosessuale, pedofilia, etc.

Roma, 11 luglio 2016

Guido Vignelli

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