La nuova pastorale familiare: un linguaggio vago e inefficace

La predicazione e la pastorale familiare si sviluppa con un linguaggio vago o inaccessibile ai fedeli che sono, pertanto, sempre più confusi.

la grande bellezzaUna certa predicazione e un certo insegnamento contemporanei sulla famiglia sembrano caduti in errori peggiori di quelli che avrebbero voluto evitare.

Nella preoccupazione di evitare l’astrattezza dei sistemi ideologici, si tende a sostituire la dottrina con la pastorale, o almeno a ridurre la dottrina alla sua applicazione pastorale, a una questione d’impostazione metodologica e di comunicazione: non importa tanto cosa s’insegna, quanto come lo s’insegna. Così facendo, non ci si rende conto che questa nuova pastorale, elevata da mezzo a fine, diventa a sua volta una ideologia, ossia una giustificazione teorica di una prassi arbitrariamente scelta per supposta convenienza. In tal modo, non è più la verità (nemmeno quella rivelata!) a fondare e giustificare l’azione, ma, al rovescio, è l’azione ritenuta storicamente e socialmente opportuna a fondare e giustificare una dottrina ridotta a strumento posto al servizio dell’azione e quindi altrettanto mutevole di questa. Ciò che era insegnato come giusto ieri, oggi viene bocciato come “sorpassato”.

Questa nuova pastorale, a sua volta, nella ossessione di farsi accettare da tutti, si preoccupa di evitare un linguaggio dottrinale, ritenuto astratto e intellettualistico, ed imita quello corrente, soprattutto di origine mass-mediatica, ritenuto pratico ed “esperienziale”. Ma così facendo si usa un linguaggio che tendenzialmente sentimentale ed ellittico e quindi vago, incerto, insicuro; oppure, all’opposto, si usa un vocabolario che, volendo essere “scientifico”, risulta cerebrale e specialistico, usando parole tecniche (spesso derivate dal greco) come esegèsi, kèrigma, diakonìa, koinonìa, agàpe, parresìa, parenètico, evento, integrazione, etc. Ascoltando un tale linguaggio, che domina perfino le prediche domenicali, il povero popolo dei fedeli non sa bene a cosa credere né come comportarsi. Abbiamo quindi un bel paradosso, e una giusta punizione, per una pastorale che voleva evitare astrattezza e intellettualismo al fine di rendere tutto accessibile a tutti e condivisibile da tutti!

In tal modo, il vecchio linguaggio “solare” è stato sostituito da uno che viene chiamato “lunare” ma che piuttosto definirei come involuto, fumoso, ambiguo. Di conseguenza, le direttive che ne derivano sono imprecise, incerte, spesso inconcludenti, dominate come sono dal nefasto metodo del “ma-anchismo”: ossia dell’affermare una cosa ma abbinandola anche al suo contrario, oppure dello stabilire una regola ma indebolendola con tante e tali eccezioni dal renderla inefficace. E’ evidente che questo metodo è imposto dalla illusione di bilanciare cose opposte, oppure d’includerle in una sintesi superiore che dia l’impressione di una unione e di una pace ottenuta accontentando tutti e conciliando l’inconciliabile (questo è il metodo della cosiddetta “integrazione”).

Le conseguenze che ne derivano nel campo della pastorale familiare sono gravi e ormai sotto gli occhi di tutti. Si pretende di “bilanciare” o d’ “integrare” le esigenze della castità con quelle dell’erotismo, quelle della procreazione con quelle della concupiscenza, quelle della fedeltà con quelle della libertà, quelle della indissolubilità con quelle della indipendenza. La prossima puntata illustrerò uno di questi esempi, di capitale importanza, che riguarda la castità e la fecondità della vita coniugale.

Guido Vignelli

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