21 febbraio Cuore di Maria La “poverella”

 

cuore-immacolato-di-maria-1Chi ha avuto la grazia di visitare gli scavi archeologici della Nazareth esisten­te ai tempi di Maria Santissima e di san Giuseppe, non può non stupirsi a vedere la povertà estrema di quel piccolo borgo, “Nazareth”, che era ignoto all’intera Bib­bia veterotestamentaria.

Quell’umile dimora della casetta della Madonna e di san Giuseppe a Nazareth ci parla ad evidenza della grande “povertà” della Sacra Famiglia che visse a Nazareth per circa trent’anni, sostentandosi con l’u­mile lavoro di san Giuseppe falegname.

Un paese povero, una famiglia pove­ra, una vita povera: questa è stata la vita di Maria Santissima, la Mamma del Ver­ bo Incarnato, su questa povera terra. Vita umile e nascosta agli occhi del mondo, cosicché quando Gesù iniziò a predicare e a insegnare nella sinagoga di Nazareth, il popolo poté esclamare con sorpresa:

«Da dove mai viene a costui questa sapienza e questi miracoli? Non è egli forse il figlio del carpentiere? Sua madre non si chiama Maria…?» (Mt 13,54­55).

Quando l’apostolo Filippo incontrò Na­ tanaele, gli disse:

«Abbiamo trovato colui del quale han­no scritto Mosè nella Legge e i Profeti, Gesù, figlio di Giuseppe di Nazaret”. Nata­naèle esclamò: “Da Nazaret può mai venire qualcosa di buono?» (Gv 1,45­46).

Ma già prima di allora, la povertà di Maria si presenta a forti tinte quando Ella deve recarsi con san Giuseppe a Betlem­me per il censimento, e proprio colà giunse il giorno del parto di Gesù, che non poté avvenire se non in una povera grotta­-stalla posta ai margini di Betlemme (cf Lc 2,1­7).

Si può solo immaginare quanto poco degna doveva essere una grotta­-stalla, con dentro due animali, un bue e un asino! Ma proprio quello era il posto dei più poveri, e Maria e Giuseppe trovarono rifugio e asi­lo soltanto in quel luogo per la nascita del Verbo Incarnato, deposto non in una culla, ma in una misera “mangiatoia”, e visitato, poi, nella Notte Santa, dai più disprezzati abitanti del posto, ossia dai poveri pastori (cf Lc 2,8ss).

Nella grotta-stalla di Betlemme…

Che cosa dire del Cuore della divina Mamma, a Betlemme? Come può non so­gnare ogni mamma, per il parto del suo tesoro, un posticino accogliente e tutto lin­do?… E invece, quale stretta al cuore si deve provare nel trovarsi costretta a rifugiarsi in una solitaria, buia e fredda grotta­-stal­la?… Come si fa a non poter offrire al suo tesoro neonato altro che una povera man­giatoia sporca e fredda, anziché una cullet­ta morbida e calda?…

Ma, ricordiamoci che il Cuore del­ la Mamma di Gesù era già il Cuore del­la Corredentrice, sempre pronta, perciò, a saper cogliere e offrire il prezzo di tutte le sofferenze seminate lungo la via della Missione redentiva da compiere insieme al Figlio Redentore! E pur nella sofferenza umana ineliminabile, ogni dolore grande e piccolo si trasfigurava nel Cuore mater­no di Maria Vergine in offerta sacrificale redentrice per la povera umanità peccatrice.

Non meno grande, del resto, dovette essere il dolore al cuore che sperimentava anche san Giuseppe, in quella situazione di grave disagio, stando lui sotto il peso della responsabilità di capo della famiglia. Toc­cava a lui, principalmente, offrire alla sua santissima Sposa e al divin Figlio che sta­va per nascere – e proprio nel paese delle sue origini davidiche…– un luogo meno inospi­tale e più accogliente: ma egli non può nulla per la sua povertà e deve riparare per forza nel luogo dei più poveri, ossia una umilissi­ma grotta-­stalla, dove ci sono un bue e un asino… Ma anche per san Giuseppe, grazie a Dio, valeva già la cooperazione alla stes­sa Missione redentiva della Madonna e del divin Figlio.

Ugualmente, si pensi anche alla povertà della Madonna quando dovette presentare Gesù Bambino al Tempio di Gerusalemme e non poté portare che l’offerta dei poveri, ossia una coppia di tortore, secondo la leg­ge del Signore (cf Lc 2,24).

Inimmaginabile, poi, doveva essere la povertà di Maria e Giuseppe con il neonato Gesù in braccio, quando furono costretti, in piena notte, a fuggire verso l’Egitto, attra­versando da soli il deserto di Giuda, per mettere in salvo la vita di Gesù Bambino dalla ferocia omicida di Erode (cf Mt 2,13­14).

Tornata poi a Nazareth, la Sacra Fa­miglia visse la sua lunga vita, per circa trent’anni, nell’umile nascondimento rive­stito di povertà completa nel vitto e nel vestito, nella dimora poverissima e nel fa­ticoso lavoro giornaliero di san Giuseppe falegname. Trent’anni di stenti con lo stret­to necessario per vivere, poveri tra i poveri, i più veri “poveri di Jahvè”!

Ma proprio quella povertà così reale e vissuta serenamente era il segno della ric­chezza superna di cui godeva la Madonna con le meraviglie di cui l’aveva arricchita Iddio con l’Immacolata Concezione – che è pienezza di ogni grazia –, con la Maternità divina, la Maternità verginale, la Maternità regale, la Maternità corredentiva. Quanto più Maria era povera di cose terrene, tanto più era ricca di beni celesti; quanto più era umile, tanto più era sopraelevata e sublime.

Questa è la preziosità della povertà evangelica che tanto innamorò il cuore di san Francesco d’Assisi, il quale cercò con passione amorosissima di impronta­re tutta la sua vita sulla povertà di Gesù e di Maria, e voleva, di fatto, continuamen­te specchiarsi nella povertà di Gesù e di Maria, chiamando la povertà «virtù regale, perché rifulse con tanto splendore nel Re e nella Regina» (Fonti Francescane, n. 788).

 

Poveri noi, invece, che rifuggiamo dal­ la povertà regale del Re e della Regina e ci affanniamo dietro le miserie terrene e car­nali di questo mondo che sta interamente «sotto il potere del maligno» (1Gv 5,19).

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