10 Marzo San Giuseppe e simeone

sangiuseppe2San Giuseppe gioì nel vedere e sentire Simeone. Vedeva in lui un uomo venerando che, senza essere informato, aveva riconosciuto nel Bambino il Messia, e sentiva da lui riconosciuto questo Bambino non solo come gloria di Israele, ma anche come luce di tutte le Genti.

Una vera sorpresa, nel Tempio di Gerusalemme, mentre accompagnava Maria venuta per essere purificata dopo il parto, e con Lei portava Gesù che doveva essere presentato al Signore!

Il Santo gioì anche perché intuiva nella sicurezza di Simeone l’azione profetica dello Spirito Santo, sapeva Maria stupita e contenta come lui, e vedeva lo stesso Simeone pienamente soddisfatto di essere stato esaudito nella più ardente preghiera della sua vita, di poter toccare e stringere tra le proprie braccia il venuto

Salvatore, come se fosse tutto suo, e con tanta commozione da non chiedere più altro alla vita. Ma questa gioia durò poco, anzi pochissimo, per cedere il posto ad un’altra sorpresa, precisamente opposta, più consistente della prima. Simeone disse di Gesù a Maria: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l’anima!» (Lc 2,34-35).
San Giuseppe soffrì in quei momenti un triplice dolore: sapere Gesù contraddetto in patria dagli stessi connazionali, Maria trafitta nell’anima da una spada, se stesso escluso dal patire con Gesù e Maria, e dall’aiutarli. Sapeva già Gesù destinato alla sofferenza perché non c’è redenzione senza sofferenza e immaginava Maria in qualche misura coinvolta nella stessa sofferenza, ma non fino a questo punto.

Un dolore grande grande, proporzionato all’amore che egli nutriva per il Figlio e per la sua Sposa, destinato a durare lunghi anni e a peggiorare sempre di più, essendo l’angoscia del dolore più pesante del dolore stesso.

Le stesse due persone che erano per lui motivo di tanta gioia, finivano con l’essere, per colpa dei cattivi, motivo di tanto dolore. Se le avesse amate di meno, avrebbe sofferto di meno; ma non potendole amare più di quanto già le amava, non poteva soffrire più di quanto già soffriva: al massimo.

Anche nella nostra vita si alternano gioie e dolori, a brevissima distanza, pure con carattere di sorpresa.

Questa è l’esperienza di un grande pagano: «Socrate si pose a sedere sul letto e, tratta a sé la gamba, la grattò un po’ con la mano e disse: “Che strana cosa è questa che gli uomini chiamano gioia, e come di sua natura si comporta meravigliosamente con quello che pare il suo contrario, cioè il dolore! Il dolore non vuole stare insieme con l’uomo, ma se qualcuno poi, cercando una delle due cose (gioia o dolore), la prende, è quasi costretto a prendere anche l’altra: cosicché sono due con un capo solo.

Credo che se Esopo ci avesse pensato, ne avrebbe fatto una favola, cioè volendo Dio rappacificare queste due cose che si fanno guerra, ma non riuscendovi, legò insieme i loro capi, e perciò dove una va, vien dopo anche l’altra.

È il mio caso: io avevo dolore qui alla gamba, per la catena che mi stringeva; ecco, io sento ora gioia a palpare la gamba liberata dalla catena”» (Platone, Dialoghi).

Ma l’esperienza cristiana dice di più e di meglio: «La gioia pura quaggiù non inizia dove termina il dolore, ma dove il dolore genera l’amore» (Ferrari).

Dio non lascerebbe sussistere tanti dolori se non fossero fonti di gioie. Gioia peccaminosa, lungo dolore. Dio dà la gioia dopo il dolore. Dio è la gioia, il peccato è il dolore. Quando si accetta da Dio l’una e l’altro, la gioia non impedisce il dolore e il dolore non nuoce alla gioia.

La gioia deve effondersi negli altri, per carità; il dolore dev’essere trattenuto dentro di sé, per penitenza. Spesso la gioia è più pena che premio, il dolore è più premio che pena.

Il dolore arriva goccia a goccia, la gioia inonda come un torrente. «San Francesco d’Assisi è stato l’uomo più contento che la terra abbia mai visto» (Giulio Hart, protestante).

Bismark a 80 anni confessava: «Se ricerco i giorni di felicità della mia vita, trovo che per contarli non mi occorrono tutte le dita di una mano».

«[Renzo e Lucia] dopo un lungo dibattere e cercare insieme, conclusero che i guai vengono bensì spesso, perché ci si è dato cagione, ma che la condotta più cauta e più innocente non basta a tenerli lontani; e che quando vengono, o per colpa o senza colpa, la fiducia in Dio li raddolcisce e li rende utili per una vita migliore» (Manzoni, Promessi Sposi, c. 38).

«La peggiore sofferenza saputa sopportare produce in noi la migliore letizia. Più soffriamo, ma soffriamo a dovere, e più godiamo. Patire è per noi collaborare con Gesù alla Redenzione nostra e altrui» (mons. De Luca).

Proposito: Quest’oggi, offriamo a Dio piaceri e dispiaceri accettandoli con piena uniformità al suo volere, ripetendo questa invocazione a san Giusep- pe: “Glorioso San Giuseppe, Sposo di Maria e Padre davidico di Gesù, pensa a me, veglia su di me. Insegnami a lavorare per la mia santificazione e prendi sotto la tua pietosa cura i bisogni urgenti che oggi affido alle tue sollecitudini paterne. Allontana gli ostacoli e le difficoltà e fa’ che il felice esito di quanto ti chiedo sia per la maggior gloria del Signore e per il bene dell’anima mia. E in segno della mia più viva riconoscenza, ti prometto di far conoscere le tue glorie, mentre con tutto l’affetto benedico il Signore che ti volle tanto potente in cielo e sulla terra”.

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