9 Marzo San Giuseppe e il sanue di Gesù

 

00074_racconti_e_testimonianzeChe cosa pensava san Giuseppe nel meditare sulle gocce di Sangue versato da Gesù bambino di otto giorni, sotto il taglio operato dal coltello della circoncisione, inaugurando così la sua missione redentrice?

Non pare un pensar troppo bene del San- to l’attribuirgli i pensieri che seguono.

Siccome conosceva molto bene la Sacra Scrittura, egli sapeva pienamente il valore sacro del sangue, che era ritenuto sede e simbolo della vita, segno di alleanza tra il popolo ebraico e Jahvè, mezzo di espiazione dei peccati, pegno di consacrazione a Dio di persone e di cose.

Ricordava le cerimonie della sua gente con l’uso del sangue asperso in parte sull’altare per significare la restituzione della vita a Dio, in parte sul popolo per sottolineare il suo bisogno di purificazione; o solo sull’altare o sul frontone e sugli stipiti della porta per allontanare dalla casa i flagelli distruttori. Ricordava il sommo sacerdote entrante, il giorno dell’espiazione, nella parte più santa del Tempio con il sangue delle vittime offerte per i peccati suoi e del popolo.

Nelle cerimonie il sangue era trattato con il rispetto dovuto a cosa che, come la vita, appartiene solo a Dio e costituisce perciò la parte che gli spetta nei sacrifici.

Meglio dell’Autore della Lettera agli Ebrei, san Giuseppe capiva che «neanche la prima alleanza fu inaugurata senza sangue. Infatti dopo che Mosè ebbe proclamato a tutto il popolo ogni comandamento secondo la legge, preso il sangue di vitelli e di capri con acqua, lana scarlatta e issopo, ne asperse il libro stesso e tutto il popolo dicendo: “Questo è il sangue dell’alleanza che Dio ha stabilito per voi”. Alla stessa maniera asperse con il sangue anche la tenda e tutti gli arredi del culto. Secondo la legge, infatti, quasi tutte le cose vengono purificate con il sangue, e senza spargimento di sangue non c’è perdono» (Eb 9,18-22).

Ma «poiché la legge possiede solo un’ombra dei beni futuri e non la realtà stessa delle cose, non ha il potere di condurre alla perfezione, per mezzo di quei sacrifici che si offrono continuamente di anno in anno, coloro che si accostano a Dio.

Altrimenti non si sarebbe forse cessato di offrirli, dal momento che i fedeli, purificati una volta per tutte, non avrebbero ormai più alcuna coscienza di peccati? Invece per mezzo di quei sacrifici si rinnova di anno in anno il ricordo dei peccati, poiché è impossibile eliminare i peccati con il sangue di tori e di capri.

Per questo, entrando nel mondo, Cristo dice: Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti, né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo, poiché di me sta scritto nel rotolo del libro per fare, o Dio, la tua volontà… Così egli abolisce il primo ordine di cose per stabilire il secondo» (Eb 10,1-9).

Perciò Cristo entrerà «una volta per sempre nel Santuario non con sangue di capri e di vitelli, ma con il proprio sangue, dopo averci ottenuto una redenzione eterna.

Infatti, se il sangue di capri e di vitelli e la cenere di una giovenca sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, il quale con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalle opere morte, per servire il Dio vivente?» (Eb 9,12-14).

A noi dunque la «piena fiducia di entrare nel Santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10,19- 20), perché «è sangue dalla voce più eloquente di quello di Abele» (Eb 12,24), è «sangue di alleanza eterna» (Eb 13,20).

Meglio dell’Apostolo Paolo san Giuseppe capiva di Gesù: «Dio lo ha prestabilito a servire come strumento di espiazione per mezzo della fede, nel suo sangue, al fine di manifestare la sua giustizia, dopo la tolleranza usata verso i peccati passati, nel tempo della divina pazienza» (Rm 3,25); «a maggior ragione, giustificati per il suo sangue, saremo salvati dall’ira per mezzo di lui» (Rm 5,9) «nel quale abbiamo la redenzione mediante il suo sangue» (Ef 1,7).

Meglio di san Giovanni evangelista e di san Pietro, san Giuseppe capiva che «il sangue di Cristo ci purifica da ogni peccato» (1Gv 1,7) e che siamo liberati «non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, dalla vuota condotta ereditata dai padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia» (1Pt 1,18-19).

Di tal genere, se non tali appunto, dovevano essere i pensieri del nostro Santo in meditazione sul Sangue versato da Gesù Bambino, lungo la scia delle parole dettegli dall’Angelo: «Egli salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1,21). Meno difficile immaginare i suoi affetti. Egli sentiva certamente tristezza nel veder soffrire un bambino di otto giorni, tutto innocente, anzi la stessa Innocenza e trattato a norma di Legge come un peccatore; desiderio di ridurre quella sofferenza il più possibile; riconoscenza per tutto il bene che quella umiliazione di corpo e di anima dava a tutti; adorazione per il Sangue dell’Uomo-Dio: affetti vibranti nella più alta intensità, quali nessun padre ha mai avuto per il proprio figlio sofferente.

Dal tempo di san Giuseppe ad oggi particolari avvenimenti hanno richiamato la rifles- sione dei cristiani sul Sangue di Cristo.

Tra gli altri, l’Ostia che versò Sangue: a Lanciano, nel secolo VIII; a Ferrara, nel 1171; a Bolsena, nel 1263; a Parigi, nel 1290; a Siena, nel 1330; a Bruxelles-Enghien, nel 1369. Il vino si mutò in Sangue: a Boxmer (Olanda), nel 1400; a Dun (Germania), nel 1408; a Firenze, nel 1412.

Nel 1834 sorse l’Istituto delle Suore Adoratrici del Preziosissimo Sangue ad opera della santa Maria De Mattias, già preceduto dalla Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue fondata da san Gaspare Del Bufalo (†1837).

Nel 1849 papa Pio IX estese la festa liturgica del Preziosissimo Sangue alla Chiesa universale, già comunque praticata in molte regioni del mondo.

Nel 1969 Paolo VI nel nuovo calendario liturgico ha definito la festa annuale dell’Eucaristia in questi termini: “Solennità del Corpo e del Sangue di Cristo”, non aggiungendo proprio nulla di nuovo a quello che già si sapeva, ma precisandolo con l’aggiunta della parola Sangue.

Ancora oggi la comune mentalità dei fedeli vede nell’Eucaristia solo l’immagine del Corpo. Bisogna invece abituarsi a tener presente alla propria attenzione, continuamente, che il Sacramento Eucaristico non è solo il Corpo, ma anche il Sangue di Cristo, e che quest’ultimo è da pensare esplicitamente.

 

Chi fa la Comunione anche sotto la sola specie dell’Ostia assume tutto Gesù, quindi anche il suo Sangue, oltre che il Corpo, l’Anima e la Divinità, perché Gesù è tutto intero sotto ciascuna Specie per l’unione naturale e soprannaturale di tutte le parti essenziali.

Chi facesse la Comunione sacrilegamente deve sapere che è anche «reo del Sangue del Signore» oltre che del Corpo, come insegna san Paolo (1Cor 11,27).

Proposito: Non passi la giornata senza fare almeno un atto di penitenza corporale, immaginando san Giuseppe attento a contemplare il Sangue di Gesù Bambino.

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