18 Marzo Lo smarrimento di Gesù

william_holman_hunt_-_the_finding_of_the_saviour_in_the_temple«Trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme» (Lc 2,43-45).

L’episodio è davvero singolare. Più che insistere nel tentativo di capire come possa essersi verificato e soprattutto perché sia avvenuto – tentativo non del tutto riuscito finora –, conviene qui dire che cosa esso, certamente, non significa.

Non significa in Gesù una disobbedienza ai suoi genitori, una scappatella fanciullesca, un voler addolorare padre e madre ciecamente, un alludere a loro possibili mancanze.

Non significa in san Giuseppe e in Maria dimenticanza, sia pur momentanea, del Figlio,

omissione di una vigilanza dovuta, o qualcosa di simile, altrimenti Maria non avrebbe detto a Gesù ritrovato: «Figlio, perché ci hai fatto così?», ma avrebbe chiesto scusa.

Non si può dunque ammettere una benché minima colpa di san Giuseppe e di Maria nello smarrimento di Gesù. Resta più facile intuire che fu Gesù a sottrarsi loro, per ragioni assolutamente superiori, che Egli stesso adombrerà nella risposta che darà alla Madre nel Tempio.

L’altro aspetto del singolare episodio è il dolore sofferto da san Giuseppe e da Maria nei tre interminabili giorni di affannosa ricerca fuori e dentro Gerusalemme. Dolore pari all’immenso amore che l’uno e l’altra nutrivano per Gesù ed espressamente esternato da Maria, anche a nome di san Giuseppe. Dolore più affettivo in Maria, più morale in san Giuseppe e, se è lecito il paragone, più forte in san Giuseppe che in Maria, perché a lui spettava il compito di vigilare non solo sulla persona di Gesù, ma anche su quella di Maria. Fu un dolore così sofferto che meritò a san Giuseppe di essere chiamato padre di Gesù dalla viva voce di Maria stessa.

 

Può accadere che anche a noi, come a san Giuseppe, Gesù si sottragga lasciandoci in prolungata angustia di corpo e di anima in un tempo in cui non l’abbiamo meritata o almeno crediamo di non averla meritata.

«Allora tutto diventa buio, freddo, desolazione. La povera anima, così abbandonata, si ripiega su se stessa come un fiore inaridito: è il sole, la luce, Dio che le manca. L’anima si tortura, pensando di esserne la causa; con ansia febbrile si esamina, ricerca le minime imperfezioni, chiede perdono. […]. Tutti i tormenti di questo mondo sarebbero per lei un diletto se le facessero ritrovare il suo Dio» (santa Maria Maddalena de’ Pazzi).

È quello stato che san Giovanni della Croce chiama «la notte oscura dell’anima» e santa Maria Maddalena de’ Pazzi «la tana dei leoni».

Dio lo permette per provare la nostra fedeltà, aumentare i nostri meriti, farsi cercare più fervorosamente, ridarsi a noi con maggiore dolcezza, farci capire quanto poco valiamo senza di Lui e disporci a nuovi progressi nella via della santificazione. Egli affligge, ma per confortare; prova, ma per premiare; si nasconde, ma per svelarsi di più.

 

A noi spetta allora umiliarci, elevare a Dio più numerose le nostre preghiere, attendere con pazienza il suo ritorno, dargli la dimostrazione della nostra dipendenza, resistere allo scoraggiamento con accresciuti atti di fiducia nel Signore, convincerci sempre meglio che non è affatto necessario sentire sensazioni particolari per amare Dio, ma basta volerlo amare per amarlo già veramente. Siamo noi che dobbiamo cercare Gesù e cercarlo là dove Egli è: in chiesa, nei Sacramenti, nella Sacra Scrittura, ecc…

È un tempo certamente non facile per lo sforzo che esige, ma, se superato, anche tempo di consolazione e di arricchimento. Gesù si fa cercare, ma anche trovare e con tutta l’abbondanza della sua grazia. È proprio Lui a sostenere chi, soffrendo, lo cerca.

Santa Caterina da Siena, dopo aver superato una di queste prove, domandò: «Ma dov’eri, Gesù, quando io gemevo sotto il peso dell’abbandono?», e Gesù le rispose: «Ti ero più vicino di quello che tu fossi a te stessa. Ero nel tuo cuore, perché non mi allontano mai da quelli che non si allontanano da me».

«Un’oncia di preghiera fatta nella desolazione pesa presso Dio più di cento libbre fatte in mezzo alla consolazione» (san Francesco di Sales).

«Come il girasole si volge continuamente verso il sole, anche quando il cielo è nuvoloso, così anche noi, trovandoci nell’aridità o nelle tribolazioni, dobbiamo sempre volgerci a Dio» (Schmidt).

Quello che soprattutto importa è che non siamo noi a smarrire Gesù commettendo volontariamente il peccato, perché ci metteremmo in una situazione peggiore, essendo il pecca- to il primo nemico del Signore e di noi stessi. Meglio soffrire cercando Gesù, anziché soffrire perdendo Gesù per propria colpa.

Il dolore da lui patito nel cercare Gesù per tre giorni gli ha meritato il potere di far ritrovare Gesù a tutti coloro che ricorrono alla sua potente intercessione.

Proposito: Preghiamo, dunque, oggi san Giuseppe perché ci venga in aiuto nei momenti in cui non sentiamo più Dio con noi, dicendogli con tutto il cuore: Sollievo dei miseri, prega per noi.

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