19 Marzo Il ritrovamento di Gesù

ritrovamento-di-ges__«Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che lo udivano, erano pieni di stupore per la sua intelligenza e per le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: “Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo”. Ed egli rispose: “Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?”, ma essi non compresero le sue parole» (Lc 2,46-50).

San Giuseppe era stupito di ritrovare Gesù non ferito, non malato, non preoccupato e nemmeno seduto per terra o su di uno sgabello come un discepolo, ma «seduto in mezzo ai dottori» cioè al posto d’onore, ammirato da “tutti” (discepoli, dottori, pubblico) per la sua scienza.

Si meravigliava non perché dubitasse o stimasse poco l’intelligenza di Lui, avendola anzi ben ammirata per dodici anni, ma perché vedeva operata da Lui, con un balzo così improvviso dopo il lungo silenzio di Nazareth, una manifestazione assolutamente straordinaria e pubblica del mistero che lo avvolgeva, anticipatrice di meraviglie ancor più significative.

Apprendeva pertanto un altro aspetto di Gesù e ne traeva motivo di superiore ammirazione, aggiunta a quella di averlo finalmente ritrovato dopo tre giorni di sofferta ricerca. San Giuseppe era stupito nel sentire la risposta data dal Figlio alla Madre. La Madre aveva detto: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo» (Lc 2,48). E Gesù rispose all’una e all’altro, contrapponendo al padre terreno, cioè a san Giuseppe, un suo Padre con queste parole che sono le prime di Gesù registrate nel Vangelo: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2,49).

Gesù parlava non del Dio di Abramo e di Davide, ma di un Padre proprio, al quale doveva dare la precedenza di amore e di servizio anche rispetto al Padre putativo e alla Madre; un Padre nettamente distinto da san Giuseppe e posto nella sua generazione anche prima della Madre; un Padre presente proprio lì, nel Tempio, per servire il quale Gesù era categoricamente indipendente da tutto e da tutti; un Padre che lo aveva mandato nel mondo e al quale Gesù doveva rispondere del suo operato.

Così Gesù rivelava per la prima volta, a 12 anni, la propria figliolanza divina chiamandosi Figlio dell’Eterno Padre divino, e la trascendenza della propria missione, pur riconoscendo di continuare ad essere Figlio di Maria e di san Giuseppe.

San Giuseppe non capì perché Gesù rivelasse già agli uomini, ad una età nemmeno giovanile, uno sprazzo sfolgorante della sua divina sapienza, e perché dovesse essere talmente occupato nelle cose del Padre suo da distaccarsi fisicamente e moralmente dal Padre putativo e dalla Madre. Ricordava a Gesù di ritenerlo proprio figlio pur riconoscendolo Figlio di Dio.

Pur non comprendendo, san Giuseppe era felice di aver ritrovato il suo Gesù. Si beava solo di Lui e non chiedeva altro. Credette di rinascere a nuova vita. E veramente la gioia di ritrovare Dio, smarrito o perso, e di conservarlo non ha l’eguale nelle vicende della vita.

Napoleone, a Sant’Elena, dopo essersi confessato, disse al generale Montholon suo amico: «Sono contento, sono felice, come non lo fui mai in vita mia, neanche nei giorni delle mie più splendide vittorie».

Quando san Francesco di Sales, allora giovane studente a Parigi, trionfò di colpo, in chiesa, della violenta, ostinata tentazione di disperazione che non lo faceva né mangiare né dormire, rideva beato e disse all’amico meravigliato: «Ho svegliato il Signore. S’è svegliato, s’è svegliato!».

San Leonardo da Porto Maurizio ha creduto di poter dire di sé: «Ho 62 anni e non sono stato infelice neppure un’ora».

Il Signore disse a santa Geltrude: «Io ti associo con l’amore a tutte le mie gioie e non vorrò goderne alcuna senza di te».

E a santa Matilde dichiarò: «Tu sei la mia gioia e io sono la tua».

Sì, è una festa essere in Dio e avere Dio con sé, nel tempo e nell’eternità, nonostante tutte le tentazioni.

«Quello che misura in un cristiano l’altezza che egli ha raggiunto di Cristianesimo, è l’altezza di gioia che alberga e regna nella sua anima» (mons. De Luca).

Perciò «nulla ti turbi, nulla ti spaventi, tutto passa, Dio non cambia. La pazienza tutto ottiene. A colui che possiede Dio, nulla manca. Solo Dio basta» (santa Teresa d’Avila).

Proposito: Prepariamoci fin da oggi a fare una buona confessione prima della fine del mese dedicato a san Giuseppe e chiediamo aiuto a lui con l’invocazione: Fa’, san Giuseppe, che io ritrovi subito Gesù.

Tutti i diritti sono riservati.

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