20 Marzo La sottomissione di Gesù a San Giuseppe

 

web-saint-joseph-child-shutterstock_52352359-zvonimir-atletic-ai1Riunito al Padre e alla Madre, Gesù «tornò a Nazareth e stava loro sottomesso» (Lc 2,51) – nonostante la sorprendente prova della propria superiorità data nel Tempio di Gerusalemme – nelle piccole e poche vicende di una povera famiglia di lavoratori, fino all’inizio della sua predicazione per le terre della Palestina, cioè ancora per circa diciotto anni.

Gesù non era tenuto, di per sé, a sottomettersi a san Giuseppe né come Figlio di Dio e nemmeno come uomo, essendo più santo e più potente di lui, anzi essendo l’Onnipotente; tanto meno lo era nell’esercizio di quelle operazioni umano-divine che egli chiamava opere affidatagli dal Padre celeste (fare miracoli, raccogliere discepoli, insegnare il Vangelo, ecc…).

Tuttavia gli si sottomise perché volle spontaneamente uniformare la propria volontà a quella di lui e nello stesso tempo esercitare i naturali doveri propri del figlio verso il padre. Gli si sottopose in quanto uomo nelle azioni della vita umana, come se fosse suo vero figlio, onorandolo con devozione religiosa e vedendo in lui l’immagine del suo Padre celeste gli si sottomise anche come discepolo a maestro, come apprendista a istruttore. È stato il figlio più sottomesso in tutta la storia dell’umanità.

E san Giuseppe ha veramente comandato a Gesù secondo l’esercizio dei diritti della paternità, ma con quale corredo di virtù!

Tra gli uomini, nell’assegnare il precettore al figlio di un personaggio, si cerca colui che dà le maggiori garanzie di sapienza e di virtù: quante doti magnifiche deve avere avuto san Giuseppe, eletto dall’Infallibile a fare il precettore di Gesù, in modo da disporre con la massima perfezione ogni cosa riguardante la santa Umanità di Lui. Si deve dire che nel comandare a Gesù egli è stato più sapiente di quanto sia stato Salomone nell’amministrare la giustizia nel suo regno.

La regola degli atti della vita è la Volontà di Dio: ora nessun uomo ha saputo uniformarsi a questa Volontà più di san Giuseppe chiamato a dirigere Gesù, il quale pertanto poteva ben dire di fare la Volontà di Dio facendo la volontà di san Giuseppe. Si comanda agli altri per delega di Dio e non per potere proprio: ebbene san Giuseppe ha comandato a Gesù proprio e solo per obbedire a Dio che l’aveva voluto superiore a Gesù, altrimenti egli non solo non avrebbe mai osato comandare a Gesù, ma a Lui avrebbe subito obbedito in tutto e per tutto.

Nell’esercizio dei suoi diritti di padre terreno su Gesù il nostro Santo non agiva affatto in contrasto con i diritti del Padre Celeste sullo stesso Gesù. Infatti i diritti del padre terreno sul figlio, provenendo da Dio, non possono essere contrari ai diritti di Dio sul figlio; Gesù viveva in una persona provvista delle due nature, umana e divina, perfettamente armonizzate così che la natura umana era pienamente soggetta alla natura divina. San Giuseppe d’altra parte era talmente santo che non pensava affatto di porsi neanche vagamente contro la Volontà di Dio in nessun istante dei circa trent’anni vissuti con Gesù.

Nessun uomo al mondo sarebbe stato più degno di san Giuseppe nel comandare a Gesù, perché nessuno avrebbe potuto più di lui penetrare nel Cuore di Gesù, il quale, venuto sulla terra per farsi obbediente, era più pronto ad obbedire a san Giuseppe che non questi a comandare a Lui.

San Giuseppe veniva onorato dalla sottomissione di Gesù, e in una misura meravigliosamente incalcolabile. Difatti nessun personaggio ha potuto né potrà mai avere a sé soggetto Colui che comanda a tutte le creature del cielo e della terra. Eppure il Santo non fu mai più umile come quando esercitò la sua autorità su Gesù, della quale egli non si appropriò mai e che ricondusse sempre a Dio.

San Giuseppe comandava anche a Maria, pur essendo per santità inferiore a Lei, ma per Lei aveva gli stessi sentimenti che per Gesù, pur sapendola a questi nettamente inferiore, per quanto privilegiata.

Questo comportamento di san Giuseppe insegna il giusto concetto dell’autorità (più difficile a capirsi che quello dell’obbedienza) a qualsiasi livello:

– nessuno ha il diritto di esigere dagli altri quello che non è voluto da Dio, altrimenti c’è schiavitù, non obbedienza;

 

– la schiavitù avvilisce, l’obbedienza invece nobilita;

– chi è chiamato a dirigere gli altri non è necessariamente il più santo né il più degno della carica;

– comandando non si esercitano diritti propri, ma soltanto diritti concessi da Dio in ambiti precisi;

– tali diritti vanno esercitati con il più grande rispetto verso l’inferiore e con osservanza dell’umiltà, che non è mai tanto necessaria come quando si pongono atti di comando;

– è riservato un giudizio severo a chi non comanda bene, molto più severo a chi comanda il male;

– i sudditi guardino nel superiore non tan- to le qualità personali quanto il compito che egli deve svolgere, e non per sé ma per quello che Dio vuole da lui.

Proposito: Trattiamo con carità e umiltà chiunque è a noi sottomesso, chiedendo luce e forza al nostro Santo con l’invocazione delle Litanie: Giuseppe prudentissimo, prega per noi.

Tutti i diritti sono riservati 

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