26 Marzo Il patrono della buona morte

 

Unknown-1Dato il silenzio della Sacra Scrittura e della Tradizione, non si riesce ancora, dopo venti secoli, a provare il genere, il luogo, l’anno, il mese, il giorno e le altre circostanze della morte di san Giuseppe.

Si concorda tuttavia, sulla scorta del Vangelo, a pensarla come avvenuta certamente nel tempo precedente la Passione e Morte di Gesù, e alla presenza sensibile di Gesù e di Maria. Anche in quella circostanza il Santo ebbe dolori e gioie. Sentiva il sacrificio di dover abbandonare le persone più care al suo cuore, Gesù e Maria, dopo averle servite tanto amorosamente per circa trent’anni, mentre prevedeva per essi un prossimo futuro assai doloroso e per se stesso l’impossibilità di anticipare un aiuto a loro favore.

Sapeva di non poter ancora entrare in Paradiso, perché il Redentore non ne aveva ancora aperto le porte, e di dover attendere nel Limbo, insieme con i giusti dell’antica Legge, il grande giorno. Nello stesso tempo avvertiva il conforto di avere vissuto tutta la vita nello sforzo sincero di fare la Volontà del Signore, compiendo il più fedelmente possibile la mis- sione di sposo e di padre a lui affidata.

Aveva la consolazione di vedere accanto a sé, nell’agonia, Gesù e Maria, premurosi nel dargli i conforti del corpo e dell’anima, con la più dolce tenerezza e con la più fervida rico- noscenza per il tanto aiuto da lui ricevuto.

Presentiva che presto sarebbe finita la grande prova di Gesù e di Maria, e che dopo si sarebbe unito a loro nell’inseparabile com- pagnia di un’eternità felice.

Meglio di san Paolo poteva dire: «È giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno» (2Tim 4,6-8). Accettava anche, lietamente, di scomparire dalla scena perché tutti a poco a poco si abituassero a pensare che il Salvatore non aveva alcun padre terreno e che l’unico Padre suo era quello del Cielo.

 

Insomma, il nostro Santo accolse la morte con perfetta uniformità al volere di Dio. Superava così anche la mentalità ebraica che temeva e deprecava la morte fino al punto di preferirle una vita impiagata e vissuta sul letamaio, come quella di Giobbe. Operava la prima morte cristiana della storia, rimasta la più bella sulla terra perché avvenuta alla pre- senza dell’Uomo-Dio e della Madre di Dio, nello splendore di una santità eccezionale.

Per questo, oltre che per il fatto di avere sottratto Gesù al ferro omicida dei sicari di Erode, san Giuseppe è sentito profondamente dal popolo cristiano come Patrono della buona morte.

Venti secoli di storia dimostrano che egli ha protetto i moribondi, specialmente se suoi devoti, in modo chiaro ed efficace, e possono ripetere la testimonianza resa da santa Teresa d’Avila sulle suore devote del Santo: «Ho osservato che nel momento di rendere l’ultimo respiro esse godevano ineffabile pace e tranquillità; la loro morte era simile al dolce riposo dell’orazione. Nulla indicava che il loro interno fosse agitato da tentazioni. Quei lumi divini liberarono il mio cuore dal timore della morte. Morire mi pare adesso la cosa più facile per un’anima fedele».

La Chiesa non ha ufficialmente solennizzato il titolo di Patrono della buona morte come quello di Protettore della Chiesa e Patrono dei lavoratori, ma i Papi non hanno mai trascurato di raccomandarlo a tutti i cristiani.

Già Benedetto XV (†1922) scrisse: «Siccome san Giuseppe è il singolare protettore dei moribondi perché si sono trovati presenti alla sua morte Gesù e Maria, si fomentino principalmente quelle pie associazioni che furono fondate allo scopo di pregare per i moribondi […] affinché egli aiuti gli agonizzanti con tutto il suffragio e il fervore della sua autorità».

Buona morte significa morire in grazia di Dio. Morire è la realtà più certa del mondo; avere la grazia di Dio, cioè non essere in pec- cato mortale, non è certo in modo assoluto per nessuno (eccetto rarissimi casi di rivelazione divina); possedere la grazia di Dio nel momento della morte, ossia nel momento che decide o Paradiso o inferno, è ancor più incerto.

Pertanto, morire in grazia di Dio significa avere un aiuto specialissimo di Dio mediante il quale il momento della morte coincide con il possesso attuale dello stato di grazia trionfante su tutte le tentazioni. È dunque un aiuto in forma esterna, che riguarda il tempo e, in forma interna, che concerne l’anima, entrambe convergenti verso un unico e medesimo scopo: la salvezza e la felicità eterne del cristiano. È quindi la perseveranza finale, la grazia delle grazie, il complesso di tutte le grazie, la certezza del Paradiso.

Nessuno, neanche il martire, può, rigorosamente parlando, pretendere questo spe- cialissimo aiuto; Dio non è obbligato a darlo a nessuno perché esso trascende i meriti di tutti, ma può darlo, e lo dà difatti, come dono a chi glielo chiede con la preghiera, fatta con le dovute condizioni, e con una serie di buone azioni svolgentisi per tutta la vita. Lo ha dato, per esempio, ai Santi. Un’impresa non impossibile, ma nemmeno facile!

Proposito: Nulla di più necessario e di più urgente che dire e ridire oggi e ogni giorno, con tutta l’anima, a san Giuseppe: Patrono dei morenti, prega per noi.

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