Vita di san Crispino da Viterbo. Vita interiore

san-crispino-1Vita Interiore

La vita interiore e gli atti di religione S. Crispino li esercitò costantemente, da quando emise la sua professione solenne fino alla morte. Egli lasciò mai d’intervenire la notte al mattutino, benché si trovasse debole di forze per le laboriosissime questue, o abbattuto dagli anni, o anche travagliato da qualche infermità ( purché non fosse gravissima ); anzi quando gli altri vi andavano, egli già era lì, e vi assisteva con tanta modestia, e raccoglimento, che sembrava un angelo, ne usciva poi per ultimo, e dopo un brevissimo sonno, si alzava prima dell’aurora, e correva subito in chiesa, dove prostrato innanzi al santissimo Sacramento stava lungamente immobile, e tutto assorto in divine contemplazioni. Appena cominciavano a celebrarsi i sacri misteri a cui egli prendeva parte servendo o a cui assisteva, vi partecipava con tanto fervore, e umiltà, che muoveva a devozione gli astanti, ne sapeva staccarsi dalla chiesa, se non costretto dagli obblighi del proprio ufficio. Compiute le sue faccende tornava subito in Chiesa, dove si tratteneva fino all’ora di pranzo. Il suo cibo ordinario non era, che qualche minestra, ovvero dei tozzi di pane induriti, e spesso anche ammuffiti, inzuppati nell’acqua o in qualche avanzo di vino acetoso. In questo ingratissimo cibo, e talvolta anche nelle bevande ci mescolava 1’assenzio in memoria del fiele, con il quale fu abbeverato il Figliuol di Dio. Se a caso qualcuno se ne accorgeva egli soleva rispondere: sappiate, che se voi foste medico, ben sapreste che l’assenzio ed ogni erba amara giova allo stomaco.

Da mezzo giorno fino a vespro era permesso ai religiosi di riposare, ma San Crispino impiegò sempre quel tempo in orazioni, e penitenze. Ordinariamente andava in qualche nascondiglio dell’orto, dove non visto da nessuno si flagellava fino all’effusione del sangue, e quindi tornato in chiesa passava qui le ore genuflesso, ed immobile innanzi al santissimo Sacramento, con il volto acceso, che sembrava di fuoco, e con gli occhi sempre fissi sul tabernacolo, come estatico, e alienato dai sensi. Giunta l’ora, tornava all’esercizio dei suoi faticosissimi impieghi, e alla sera benché si trovasse cosi stanco, che a mala pena poteva reggersi in piedi, tuttavia senza perdere un momento di tempo si portava nuovamente in Chiesa, e dimentico affatto di prender ristoro, per tre o quattro ore continue si tratteneva davanti al santissimo Sacramento, così profondamente immerso nella contemplazione, che pareva immobile, e privo di sensi. Ritiratosi poi nella sua piccola cella, dove aveva un ritratto del nostro Signor Gesù Cristo mostrato al popolo da Pilato dopo la flagellazione, vi si inginocchiava davanti, e con gli occhi sempre fissi in quella pia immagine stava ore inter meditando la passione del Divino Redentore con tanta vivezza, che non faceva che piangere, e sospirare, e battersi crudelmente. Dopo aver preso un po’ di riposo si alzava di nuovo, e continuava le sue orazioni.

In somma sia di giorno che di notte e tutte le ore che gli rimanevano libere da qualsiasi ufficio, egli le dedicava alla preghiera, pregava perpetuamente; anzi viaggiando ancora, o camminando teneva sempre la mente così assorta in Dio che non udiva le voci di chi gli parlava; onde conveniva spesso scuoterlo, o alzare alto la voce .

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