Esercizio dell’umiltà

Ne solo il servo di Dio mortificò la carne ma ancora lo spirito affinché questo non cadesse in superbia. Ebbe egli sempre così bassa opinione di se che si reputava intimamente l’uomo più spregevole e miserabile della terra. Quindi avvenne che assoggettò sempre all’altrui il proprio giudizio come pure la propria volontà ne contradisse mai alcuno. Il maggiore dispetto che poteva farglisi era il lodarlo o mostrare qualche stima di lui e se qualcuno tentava di cavargli di bocca le visioni o le grazie concesse da Dio per mezzo suo, egli ne interrompeva tosto il discorso, e tutto umiliato si metteva in silenzio. I più illustri personaggi lo trattavano con distinzione, accompagnandolo bene spesso fino alle ultime stanze, ma il servo di Dio ne sentiva gran pena e se nell’anticamera o sale scorgeva qualche poverello che attendeva udienza egli subito si disimpegnava dai grandi e prendeva discorso con quei miserabili consigliandoli dolcemente e facendosi anche loro mediatore. Amava gli uffici più bassi ed abbietti esercitandosi in essi con sommo giubilo. Pertanto non solo nei propri conventi ma ancora più volte in altre case dei regolari scopava le stanze, lavava i piatti, porgeva mano agli infermi più ripugnanti, puliva i vasi più immondi e tutto ciò egli faceva con allegrezza. Ne ciò reca meraviglia, in quanto San Crispino faceva del suo corpo tanto conto quanto si può fare di una bestia. Quando era con le bisacce sul collo in mezzo folla, egli ad imitazione di S. Felice gridava: Per carità fate luogo all’asino dei frati, perché possa portare la soma al suo Convento. Una volta si fece medicare dal suo compagno alcune crepature dei piedi, ed il rimedio era di farsele ricucire con lo spago e la lesina a guisa di cuoio. Il compagno operava in modo da recargli meno dolore possibile ma San Crispino intrepidamente gli disse: Fratello operate pure liberamente fate conto di mettere un ferro al piedi di un asino   E tale veramente si reputava, tanto che chiestogli perché sempre andasse a capo scoperto egli rispondeva: perché l’asino non porta il cappello.

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