Vita di san Crispino da Viterbo. Tentazione diabolica

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San Crispino mentre attendeva con tutta tranquillità al suo mestiere di calzolaio nella bottega dello zio, il comune nemico gli tese dei lacci per distoglierlo dalle sue penitenze; lo zio osservando che suo nipote era sempre pallido e macilento, e che ne cresceva di statura a proporzione dell’età, giudicò che il male provenisse dai frequenti digiuni, che il giovanetto faceva in tutti i sabati, e nelle altre vigilie, come pure dalle assidue penitenze, che ben sapeva praticarsi dal medesimo. Un giorno pertanto, che più si affiggeva delle indisposizioni del giovane, prese a rimproverare aspramente i genitori di San Crispino, e tutto sdegnato disse: che la sua cognata era buona a governare i polli, ma non i figliuoli, giacché il giovanetto intanto non cresceva perché non mangiava. Quindi voleva che venissero banditi i digiuni a pane, ed acqua e che si dovessero cibare di quello che la chiesa permette, dicendo, che la medesima ci vuol cristiani ma non invalidi, ed infermi. Eseguì infatti quanto si era proposto, da allora in poi cominciò a portarsi tutti i sabati sera in casa di San. Crispino recando con sé dei buoni cibi e del vino e voleva che tutti insieme cenassero. Essendo il medesimo di carattere risoluto, ed iracondo fu d’obbligo accondiscendere non senza disgusto del giovinetto e della madre, i quali per altro supplirono al digiuno con la recita del Rosario e di altre preghiere. Ciò nonostante il buon giovanetto anziché rinforzarsi in salute divenne più gracile, e macilento. Avvedendosi lo zio, che a nulla giovava il suo rimedio disse alla madre: lasciatelo pure digiunare, alla fine sarà meglio avere in casa un santo e magro che uno grasso e malvivente. San Crispino riprese dunque le sue astinenze, e come già i santi fanciulli di Babilonia, non solo non né risenti pregiudizio, ma si ristabilì in salute.

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