Vita di san Crispino da Viterbo. Penitenza

gesu-nel-deserto_2096681Il tenore di vita penitente di San Crispino fu sempre costante, quanto freddo patisse nel crudo inverno tanto caldo pativa nelle torride estati, senza mai cercare refrigerio. Il lettuccio dove dormiva anche nell’estrema sua età fu sempre una sola e nuda tavola non più larga di due palmi. Anche nel più rigido inverno dormì sempre con la porta e la finestra aperta e con le gambe scoperte benché soffiasse la più gelida tramontana o piovesse o nevicasse tanto che spesso si alzava con le gambe ricoperte di brina o bagnate di pioggia. Avvedutisi di ciò molti religiosi l’esortavano a mitigare quel tanto rigore sia per l’età avanzata sia per gli incomodi che soffriva, ma egli con tutta risolutezza rispondeva loro : Voi fratelli non sapete quale bestia sia il corpo mio, io in tutto il tempo della mia vita per la sua insolenza non ho potuto mai avere pace, lo so per lunga esperienza che non posso fidarmi, neanche per un sol momento perché questo è un serpe, che non basta il freddo a mortificarlo, e basta un semplice spiraglio di sole che subito si riscalda e torna a infuriare e potrebbe avvelenarmi e per questa ragione finché non è morto bisogna che io stia in guardia e lo castighi con un buon bastone alla mano. Ma non contento di strapazzare il suo corpo con stenti, vigilie e digiuni, lo macerò ancora con flagelli e altri atrocissimi tormenti. Con la permissione del suo Superiore cinse fin da principio un aspro cilicio di ferro fatto di acutissime punte, né lasciò mai di portarlo finché visse, anzi ne aggiunse degli altri. Non passava giorno, che egli, non flagellasse aspramente e lungamente il suo corpo, ora con nodosi funi, ora con spine acutissime, ora con sottilissime verghe di freschi salici. Dopo l’ora di pranzo quando gli altri si ritiravano egli si portava non visto in qualche luogo recondito dell’orto e qui si batteva crudelmente sino all’effusione del sangue lasciandone ben spesso le vestigi. Ripeteva sovente anche la sera e in altre ore straordinarie a secondo delle ricorrenze e dei tempi le stesse carneficine, non bastandogli queste, volle anche imitare le orride penitenze di San Bernardo da Corleone, e perciò compose un nuovo strumento, corto e grosso a forma di cilindro misturato con cera e tutto cosparso ed armato di taglienti ed acuti frammenti di vetro e di pungentissimi chiodi, ma poiché nulla operava senza il consenso dei superiori, portò questo nuovo, strumento al padre Guardiano che era anche il suo confessore chiedendogli la permissione di poterne far uso. Inorridì il Guardiano alla vista di quel barbaro tormento, non gli volle accordare la bramata licenza, ma egli tanto pregò e tornò a pregare , che finalmente ottenne di poterlo adoperare nei soli venerdì di marzo in memoria dell’atrocissima flagellazione del nostro Signor Gesù Cristo. Giunsero quei sospirati giorni e San Crispino dando di mano a quel orrido ordigno cominciò con quello a battersi e flagellarsi con tanta veemenza che per l’asprezza delle percosse gli s’impiagarono, e s’inverminirono tutte le spalle e gran parte anche del dorso di modo che la carne contusa, e le ulceri grondanti sangue stagnante, minacciavano già una imminente cancrena. Fu necessario medicarlo per più e più settimane e gli fu proibito dai superiori l’ uso di quel crudelissimo tormento che poteva essere per lui micidiale.

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