A difesa della Corredenzione mariana

Tra le anime che soffrono e intendono offrire la loro sofferenza al Figlio di Dio, non c’è soltanto una similitudine nell’atto del soffrire, ma c’è una similitudine anche nell’intenzione dell’offerta, nel fine per cui la sofferenza è ricercata, accettata e voluta permanentemente.

Ora, dobbiamo chiederci: Qual il fine per cui ha sofferto Gesù? La redenzione del genere umano, evidentemente. Dunque se Gesù ha redento, in qualità di Redentore, attraverso la sofferenza che ha patito, anche le anime che uniscono la loro sofferenza a quella di Cristo operano una redenzione in secondo ordine, una corredenzione appunto. Pensiamo, a titolo di esempio, alle sofferenze di San Pio da Pietrelcina, chiamato il Cireneo del Gargano, o alla Serva di Dio Teresa Neumann, documentate dalla sua compassione e, quindi, con evidenti segni di sanguinamento dalle ferite simili a quelle provocate a Cristo. Come non definire queste anime, partecipi della sofferenza del Redentore, corredentrici?

Ora, se questo titolo si dà ai santi o anime che si sono impegnate in modo non ordinario alla sequela di Cristo, come non riconoscerlo all’Immacolata? Come non riconoscerlo a Colei che ha patito con Cristo sotto la croce e subito il trapasso dell’anima per mezzo di una spada, così come Le aveva profetizzato il santo vecchio Simeone?

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